Permacultura & Libertà: eliminare l’oppressione

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“Se non puoi eliminare l’oppressione, almeno raccontala a tutti”

Questo è quanto può fare e spesso fa, un cittadino incazzato attraverso i social network.

Ma gli algoritmi di Facebook, Google e YouTube hanno smesso da qualche anno di PREMIARE LA DISSIDENZA (non compare più nei primi posti nelle ricerche e nelle bacheche personali anche quando lo meriterebbe!), quindi cosa resta al popolo per placare almeno un po’ il brutto ed ormai molto diffuso senso di “oppressione” del City System contro i piccoli ed impotenti poveracci?

Restano gli altri social network, qualcuno dirà, perchè…

“Se non puoi eliminare l’oppressione, almeno raccontala a tutti”

…ma la verità è che i social network minori non fanno MASSA CRITICA WEB.

Si definisce “massa critica web” quel numero di post, commenti, video ed articoli che finendo nelle prime posizioni nelle classifiche di ricerca del motore Google come nelle bacheche personali, costringono il concetto veicolato sul web a non poter non essere ripreso anche dal mainstream televisivo.

Questo accadde con la questione MES.

A quel tempo l’impianto censorio eurocratico non era stato ancora allestito o era solo abbozzato. Il covid non era apparso o era apparso da pochissimo e quindi i dirigenti delle piattaforme sociali percepivano ancora con disgusto la sola idea di tribunali dell’inquisizione trasposti sul web 500 anni dopo la fine del medioevo.

Ma in questo quadro storico, notai – e tutti notarono – si era creata una sorta di DISSOCIAZIONE COGNITIVA: i TG dipingevano un mondo e mettevano ogni giorno su un palinsesto informativo completamente diverso da quello che saltava in “prima pagina” agli occhi di chi stava sul web.

Dissociazione dopo dissociazione, giorno dopo giorno – video virale dopo video virale su YouTube e post allucinante dopo post allucinante su Facebook – le TV dovettero adeguarsi, pena evidenziare oltremisura la propria antica faziosità, e così, infine, affrontarono la questione MES, data la intima perversità del problema pure piuttosto diffusamente.

Ma quel tempo è passato ed il popolo ed i social network riformati dagli irretiti oligarchi occidentali non hanno più quel nuovo, grandissimo e benedettissimo potere

Cosa ci resta?

Non ci resta che spegnere la TV in attesa che la bufera passi. Perchè la TV non è cattiva in sè, ma è satanico oltre ogni dire il modo in cui dopo il covid è stata usata dai manager aziendali alla sua direzione (Dio li abbia sempre nei propri pensieri).

Non ci resta che ridurre il nostro accesso quotidiano ai social network, giacché non hanno più il potere di prima: attraverso di essi, adesso, il popolo subisce il potere più di quanto possa forgiarlo. È divenuto un gioco che salva e premia solo pochi. Come sempre.

Un principio di permacultura suggerisce di usare e accelerare le successioni naturali.

In questo caso, direi anche di confidare nelle successioni naturali (per “successione” si intende il cambiamento di condizioni ambientali che permetterà la nascita di nuove piante). In questo caso le “piante” sono i nuovi uomini, migliori, che verranno alla guida delle nazioni dopo che un incendio o un uragano o semplicemente i decenni avranno cambiato il già ampiamente necrotizzato tessuto antropologico occidentale.

Non c’è più niente da fare e non ci resta che aspettare. Sperare, pregare.

Permacultura & Società – Il cuore nero di Gunkanjima

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Isola di Gunkanjima – Nagasaki, Giappone

All’inizio del ‘900, la piccola isola di Gunkanjima (meno di 1 km quadrato) – conosciuta anche come “Midori nashi Shima”, che significa “isola senza verde” – fu sviluppata dal punto di vista edilizio dalla Mitsubishi Corporation, giacchè l’isola si scoprì che poggiava su un grande giacimento sottomarino di carbone.

Ma i giapponesi non volevano andarci a lavorare, così vennero “importati” operai dalla Corea ed ivi costretti ai lavori forzati (alla moda degli americani con gli africani nelle piantagioni di zucchero).

Fu così che nacque il “karma negativo” di Gunkanjima, esponendosi ad un lento, inesorabile, riequilibrio storico.

Quando sarebbe sopraggiunto?

Per i cento anni successivi la miniera alimentò l’espansione industriale del Giappone, e la fortezza sull’acqua prosperò gagliardamente. Furono costruiti complessi di appartamenti sopra complessi di appartamenti, creando nel tempo un labirinto di edifici collegati da cortili e balconi, corridoi e scale.

Sorsero scuole, ristoranti e case da gioco, perché l’uomo è un essere sociale, e sperduto in mezzo al mare non gli resta che autorganizzarsi con altri per alleviare l’esistenza.

Ma all’origine vi era una costrizione, non una scelta di vita

Incredibilmente, verso la metà degli anni ’50, un solo kilometro quadrato di terra ospitava quasi 6.000 persone, raggiungendo la più alta densità abitativa che il mondo avesse mai conosciuto.

Poi il carbone finì.

La Mitsubishi chiuse la miniera e tutti se ne andarono.
Gli edifici iniziarono a creparsi, i vetri a rompersi, i cortili a riempirsi (finalmente) di verde. La brezza marina oggi fustiga tutto entrando dalle finestre rotte in camere un tempo riscaldate dal respiro umano. Ma son passati cinquant’anni, e la città fantasma in mezzo al mare è ancora lì, in piedi, a guardar le stelle.


L’insegnamento per la permacultura


L’esperienza di Gunkanjima è una raffigurazione plastica del concetto di cui in una pagina precedente si sintetizzava scrivendo: “1 Comunità 1 Cuore”.

Il “cuore” della comunità di Gunkanjima non era nè una fabbrica né una rete di servizi speciali, ma qualcosa di abbastanza simile: una miniera. L’esportazione di carbone garantiva l’afflusso in loco dei soldi prodotti da una banca centrale lontanissima: la comunità locale estraeva quindi da un bene locale molto presente e molto ben quotato altrove, i soldi necessari, e lo reinvestiva all’interno costruendo scuole, nuove camere e case da gioco.

Ma in fondo tutto era lì a causa di un abuso storico che tutti avevano ormai dimenticato. Eccetto la Storia.

Quando la miniera chiuse, neppure i vecchietti pensionati della madrepatria vollero stare lì – tantomeno la classe ricca di ereditieri di una nazione – sicchè invece di diventare un “paese-bomboniera” sul mare, diventò un nuovo Regno della Luna, desertico come la luna, madre delle maree e della memoria.

Ciò significa che per quanto le esigenze dell’economia e di pochi oligarchi appaino vincenti e feroci, la Storia – che è fatta di esigenze veramente umane, quelle più comuni e diffuse – prima o poi sopraggiunge a riequilibrare ogni cosa!

Abele non muore sopraffatto da Caino, ma risorgerà sempre. Soprattutto quando Caino morirà.

Spesso poi in permacultura il permacultore si pone questa domanda:

QUANTE PERSONE PUÒ OSPITARE QUESTA TERRA?

La verità è che costruendo castelli e fortezze, anche un piccolissimo fazzoletto di terra può accogliere infiniti esseri umani (sfruttando la dimensione verticale), ciò che non rispetta i canoni basilari o “buon senso” della permacultura: una terra può dare casa solo a tante persone quante ne può alimentare. E rasserenare.

Da qui la giustizia intrinseca ai limiti di costruzione edilizia imposti dagli enti statuali praticamente in ogni parte del mondo. Soltanto – e da qui l’ingiustizia – tali limiti dovrebbero rispecchiare la naturale capacità di sostegno alimentare di quella terra, non proprio e non sempre il progetto di favorire l’affollamento in città perchè fra le infinite distese di terre disabitate “non ci sono case disponibili”.

Non c’è più gente e non si fanno più i castelli di una volta tra lande sperdute perchè non ci sono più i permessi (“coefficienti edilizi di abitabilità”) di una volta!

Nel caso di Gunkanjima l’isoletta fu edificata da una IMPRESA PRIVATA TOTALMENTE LIBERA da qualunque laccio burocratico e ricca, ma sarebbe dovuta essere abitata non da 6.000 schiavi del carbone, bensì dagli eremiti-pescatori che liberamente, nel tempo, nel mondo, l’avessero sentita come proprio “nido”.

Del resto la natura horror vacui e dona sempre qualche essere vivente adatto a vivere in una nicchia che, per quanto strana, viene da esso eletta come amata dimora.

Permacultura & Società – 1 Comunità 1 Cuore

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Tre sono i tipi di comunità in cui possiamo vivere:

  • Urbana
  • Periurbana (o rurale/montana)
  • Neorurale (od organica)

La prima forma di comunità la conosciamo tutti ma serve puntualizzare una volta per tutte la natura del cuore e del sangue che la fanno stare in piedi. Il suo cuore può dunque essere:

  • Una fabbrica o una rete di fabbriche che vendendo con successo un prodotto all’estero, fa arrivare in patria i soldi che la comunità locale non ha o non può autoprodurre. La comunità locale li spende ed è felice.
  • Un numero sufficiente di persone che non producono niente e non fanno niente durante il giorno ma hanno ereditato o ricevono ogni mese abbastanza soldi da enti, soggetti o paesi esterni (ad es. pensionati, studenti, turisti, nababbi)
  • Un centro o una rete di centri abili nell’allestire strutture, negozi e servizi per l’impiego della comunità locale ai fini della vendita di un bene o servizio prodotto localmente con certa abbondanza (anche il tempo di un cittadino è un bene circolante impiegabile).

Se questi sono i 3 “cuori” possibili di una comunità urbana, cosa sarà il suo “sangue”? Naturalmente, i soldi. E naturalmente, quanti più cuori siffatto organismo comunitario avrà, tanto più denaro pomperà nelle sue vene. E così, in città, saranno tutti ricchi e contenti!

Come funziona, invece, una comunità periurbana, cioè posta alla periferia del mondo come satellite di una grande metropoli?

Le comunità periurbane tendono ad essere abitate solo da pensionati (o ereditieri). Il cuore che le fonda, organizza, pulisce e disinfetta è solo uno: il denaro proveniente da fatiche ormai passate, il quale frutta per accompagnare il lavoratore ad una serena morte. I vecchietti stanno lì, molli e pacifici, ma nonostante le apparenze essi sono il motore della comunità locale: vanno infatti anche loro ai minimarket, quindi finanziano il minimarketer. Vanno al bar, quindi finanziano il barista. Vanno in farmacia, quindi finanziano il farmacista. Et voilà, anche nella comunità periurbana, dove tutto sembra morto, abbiamo in effetti lo spazio per 3 giovani lavoratori, e di cultura differente! Lo scaffalista del minimarket, il veloce e spigliato barista, e l’altolocato medico che ha studiato in città. Questi paesi-bomboniera esistono realmente! E sono il regalo di molti nonni uniti insieme ai nipoti!

Le comunità periurbane di solito sono ben curate (è più facile organizzarsi fra pochi che fra molti), ma non attraggono turisti né studenti. Forse solo coppie di amanti segreti in fuga dalla metropoli (sono dunque il palco ideale per intimi B&B e trattorie). Dunque è certo: il cuore di una comunità periurbana è SOLO UNO, e sono i vecchi. Attraverso di loro pochi altri giovani lavorano, ma non ci sarà spazio per altri, perché I SOLDI CHE FINANZIANO GLI INVESTIMENTI IN NUOVE IMPRESE DI UTILITÀ SOCIALE vengono da un cuore, quello della classe di anziani residenti, che è ormai debole e stanco. Servirebbe l’intervento diretto di uno Stato o cassa comunale intelligente e sagace, ma i trattati eurocratici dichiarano espressamente reato ogni spassionato intervento statalista nella “libera” economia di una comunità. Quindi al momento non può essere lo Stato la soluzione a questo problema (sebbene sarebbe la più semplice). Con l’improvviso espatrio del farmacista 30-40 enne dal silenzioso borghetto italico, del giovane panettiere e del forzuto bombolaro tutti attratti dalla movida cittadina, anche gli ultimi affezionati vecchietti sarebbero infine costretti ad abbandonare il paese-bomboniera, per stare più vicini ad una strada trafficata, un pub come ad un ospedale ben attrezzato.

Comprendiamo quindi la necessità di istituire COMUNITÀ ORGANICHE alla periferia dei mondi. Dalle dinamiche testé descritte possiamo risalire ad alcune delle caratteristiche che dovrebbero avere.

Intanto, i componenti dovrebbero vedersi sistematicamente ogni 10-15 giorni. Perchè? Perchè in quei luoghi non c’è vita sociale, quindi va creata, ma a costo zero, con creatività e umanità. Il farmacista e il sorridente bombolaro (quello che si occupa delle bombole del gas per tutti) dovrebbero essere trattenuti nel “paese fantasma” se non da una discoteca, almeno da una rete di mutuo-sostegno. Quindi cineforum, pranzi sociali, attività comuni come giochi, discussioni, tombole, gare sportive, estrazioni, corsi (mi raccomando, gratuiti!) di uncinetto, falegnameria e tiro con l’arco. Se si raccolgono anche solo 10 persone di fedelissimi, negli anni, sarà comunque bello! La “famiglia” si sarà allargata. Gli “amici” sono divenuti TESSUTO SOCIALE, primo nodo forte e sicuro di una COMUNITÀ NEORURALE.

La seconda caratteristica che emerge come necessaria di una comunità organica ed oltreurbana, è l’autoproduzione.

Il superamento definitivo del modello di vita imposto dal City System secoli or sono con la rivoluzione inglese (industriale), passa dalla (ri)scoperta di un (antico) modo per fare il più a lungo possibile a meno di un supermercato vicino: farmacisti, panettieri e venditori di professione non possono e non devono più essere le condizioni sine qua non dell’impianto di una cellula di vita (una casa) in campagna:

Se trovi un luogo bellissimo in mezzo alla natura, ha senso non abitarlo perchè a 40 kilometri dal primo centro abitato?

Diventa tu la pietra angolare di un nuovo, meraviglioso punto abitato del globo!

Ma per fare questo è necessario che la comunità neorurale non sia formata solo da pensionati e professionisti dello smartworking. È necessario che siano chi contadino, chi infermiere, chi ingegnere, chi idraulico, chi parrucchiere etc. TUTTI IN RETE E TUTTI PRONTI, A SERVIZIO GRATUITO L’UNO DELL’ALTRO. Per fare  permacultura organica servono pensionati PIONIERI, ereditieri PIONIERI, lavoratori PIONIERI. Per costruire non paesi-bomboniera, ma comunità rurali con un cuore nuovo, vivo e produttivo.

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