Permacultura & Filosofia – Rivoluzionare lo Spirito di Famiglia

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…ma la tua famiglia condivide in pieno con te i tuoi ideali politici, etici, filosofici e spirituali? E la proprietà privata è stata abolita coi tuoi cugini e parenti ed avete un fondo comune, quantunque minimo, che ciascuno rifornisce e da cui ciascuno trae secondo il bisogno, come una vera famiglia?

Facciamo quindi una prima sintesi della permacultura organica:

La «mia comunità» (quella che voglio realizzare in una forma evoluta di permacultura) non può essere la mia famiglia d’origine, perchè con il termine «famiglia» normalmente s’intende la famiglia di sangue, ma se io parlo della comunità “Mia” - una comunità in cui mi sento totalmente a mio agio, capito e protetto - intendo riferirmi alla mia Famiglia Spirituale.

Ora, non è detto la mia famiglia di sangue non sia anche la mia famiglia spirituale, ma è assolutamente sicuro che certe volte la mia famiglia di sangue non mi capisce, rispetta ed ama come vorrei.

Inoltre, l’abolizione della proprietà privata è un ideale socio-politico antico, perché è il primo su cui ogni essenza comunitaria poggia.

Meditiamo.

Lo Stato esiste… poiché esiste il demanio statale, proprietà pubblica e non privata.
La Legge esiste… poichè è uguale per tutti, norma pubblica e non privata.
Dio esiste… poichè sta sopra tutti, guardiano pubblico e non mio personale, privato.

Ma oggi “occidentalizzarsi” significa:

  • 1 Auto a testa
  • 1-2 telefoni a testa…
  • Ognuno con il suo conto corrente…
  • Ognuno con il suo appartamento, con le sue tasse e le sue bollette da pagare disperatamente a fine mese ogni volta da solo…

«Fai queste cose, e sarai un vero uomo!»

Un vero occidentale.

Vedremo che caldeggiare in nome della permacultura l’esistenza persino giuridica di «Beni Comunitari», nella civiltà euro-americana desta angoscianti preoccupazioni persino tra gli ecozingari di periferia, poveri occidentalizzati!

Enrico Malatesta parlava del «buon senso della rivoluzione».

La permacultura organica riprende questo concetto nel senso di una ripresa calma e organizzata dell’opzione collettivista ai fini della maturazione di una rivoluzione sociale ragionata, autentica, strutturale e non newage.

Si persegue ora una scelta poco anarchica e molto formale, ordinata e chiara, non già da Stati, Regioni e Comuni, assessori, sindaci e intellettuali, ma da semplici famiglie, 2-3 e non solo una – che quando diventano una si fanno comunità, ecovillaggio.

Quali sono le alternative al
modo di vita occidentale?

Forse la permacultura urbana, l’ecovillaggio hippy, la permacoltura mollisoniana, l’autosufficienza di basilici e rosmarini su un terrazzo in un grattacielo di New York, ma anche il grattaevinci, un posto in banca a tempo indeterminato ed il lavoro dei sogni, ma il destino di fondo è comune e non è diverso:

...mettere al mondo figli per insegnare loro a non farsi mettere i piedi in faccia ovvero calpestare il prossimo per non farsi calpestare – «Figluolo buono e caro, impara presto a fare compromessi col mondo se vuoi vivere agiatamanete e non come tuo padre, portapizze a 50 anni!».

Altri, più spirituali – troppo spirituali – si predispongono a soffrire nascostamente per amore della verità e della giustizia, come nuovi Gesù Cristi laici. La Vita è agli sgoccioli dentro questo enorme triste contenitore che è divenuto il pianeta Terra, un tempo preziosa gemma degli dèi, ora di essi lacrima.

Lodare e venerare il proprio sangue (famiglia) e sigillarsi dentro di esso, è pratica comune in Occidente e nel resto del mondo noto, ma in Occidente i beni di famiglia dell’1-10% della popolazione eccedono la capacità di assorbimento della stessa famiglia (e discendenti). L’anarchia della permacultura accademica vorrebbe che spontaneamente costoro si decidesserso per la «condivisione». La giustizia della permacultura naturale vorrebbe che lo Stato stesso prendesse a cuore le tragiche sorti dei piccoli e degli incapaci, redistribuendo dall’alto quanto i leoni e le volpi hanno sottratto alla disponibilità dei più deboli.

Ma esiste una terza possibilità (in caso né lo Stato né gli uomini si decidano per una buona, santa e spontanea redistribuzione della ricchezza).

Pensiamo ai figli e nipoti di Berlusconi: che se ne fanno di soldi bastanti per almeno 400 anni di ozio nel più straordinario lusso circondati dalla sofferenza del resto del mondo? Potrebbe divenire insopportabile persino l’odore di tale stirpe!

Ma se sapessi che Berlusconi e la sua famiglia sono congiunti ad una comunità di almeno 3-4 famiglie di ceppo genetico completamente estraneo, dentro un ecovillaggio che arricchiscono con la loro semplice presenza (piscina e sauna ad uso interno), aperto quest’ultimo paradiso gratuitamente anche agli ospiti erranti e allo scambio/produzione di prodotti diversi dal denaro, in stretta rispondenza ai talenti della rete locale, beh, che organica ricchezza sarebbero i figli di berlusconi PER LA COMUNITA’ BERLUSCONIANA!

La proprietà privata in tale contesto di Ecologia Morale Applicata non sarebbe abolita tout court, ma abolita per qualche ettaro di territorio, e limitatamente a queste 2 sole fasce di beni: il suolo e i MPBM1.

Ognuno resterebbe con il conto in banca privato e personale, ma gli strumenti necessari e sufficienti (inclusi corsi di formazione di alta qualità) per coltivare liberamente il proprio talento naturale all’interno di quel piccolo spazio sacro e nutrirlo nell’amore, sarebbero concessi gratuitamente a tutti i beati cittadini di quella particolare RETE ORGANICA LOCALE!

Ma anche loro, i berlusconiani, al momento, sono solo una (ricca) azienda di tipo occidentale al seguito di un Occidente morente. Accompagnata da stormi di banche che servizievoli la servono finché ricicla quattrini alle condizioni di sistema poste da altre ricche famiglie a centinaia kilometri di distanza, anche loro, in realtà, ai fini dell’assemblamento di una Società Organica in competizione libera e alternativa alla disdicevole Società Occidentale, non servono a niente.


N O T E

1 M.P.B.M. – “Mezzi di Produzione dei Beni di Massa”: cippatrici, rastrelli, falci, alambicchi, macine per il pane, forni, trattori, piallatrici, levigatrici, seghe et similia. Ma anche corsi su perchè e come utilizzare correttamente queste cose.

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Permacultura & FILOSOFIA – Un Sogno Procastinato genera Mostri

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Il vocabolario intellettuale in voga presso il City System, è: pagare, aspettare, temporeggiare, rimandare, rinviare, sognare, commerciare, pensare, dire, rimproverare, lavorare, vendere, comunicare, studiare, ballare, sperare. Si sottace spesso il più primitivo «fare».

L’esistenza di questa generazione
è congelata

Tutti i migliori propositi vengono sistematicamente messi in “stand-by” in attesa di “tempi migliori” (vincite al superenalotto, fortunate eredità, amicizie influenti), perché «il mondo è questo», e, purtroppo, neppure la permacultura aiuterà a costruire un mondo diverso, se quel…

«integra invece di separare»

…indicato da Homlgren, verrà dai permacultori occidentali interpretato come “integrarsi alla città meglio che si può”, anzichè separarsi da essa più aggraziatamente che si può per pervenire ad un miglioramento del sistema complessivo, che, sdoppiandosi, creerebbe PIU’ MARGINE per tutti.

Una casa più grande, il lavoro giusto, le tecnologie e le comodità, non sono destinati per regio decreto a piovere sempre e soltanto all’interno dell’unico benedetto recinto della cultura euro-americana, potendo benissimo sorgere anche all’interno di organizzazioni parallele (purché altrettanto vaste)!

La vera Libertà di Scelta si ha quando si può scegliere fra 2 culture, 2 tv, due tradizioni, 2 generi di società... diverse e molto diverse. Logicamente!

L’una collettività, ad esempio, potrebbe specializzarsi nella vendita e nell’istruzione dei pargoli o del pubblico televisivo a fini commerciali – onde azzerare il loro senso critico e renderli sommamente adatti alla ideologia sociale più perfetta in assoluto (che è quella di sinistra, ovviamente); l’altra società, l’altra ipotesi – la cosiddetta «ipotesi di controllo» – potrebbe specializzarsi nel “coltivare”, “allevare”, “barattare”, “condividere” e… sapere per sapere (e non per vendere il sapere!), produrre per il piacere di produrre, servire per servire, amare per amare e non per guadagnare una migliore paghetta mensile. Stiamo parlando, quindi, di una società in permacultura organica come funzione di misura e di controllo della qualità di un City System il quale, deragliato nei suoi valori di base, senza alternative possibili, benchè marcio, diventerebbe per i più l’unica pietanza possibile.

Le mani degli uomini del Primo Mondo (quello occidentale, euroamericano) sono sempre aperte come il mare, la voglia di fare qualcos’altro nella vita – qualcosa di misterioso, alto, non ancora ben compreso – li afferra e latente suppura nelle pance, anche quelle più piene, diciamo per almeno metà esistenza.

Prendono tempo

Questa, in fondo, è l’attività principale e la “medicina” del City System: prendere tempo, sperare, sognare, aspirare, lentamente, giorno dopo giorno, il massimo possibile da mondi e risorse umanamente incolpevoli ma catatoniche, poco vitali, poco coraggiose, appiattite.

Si tratta di una vita frutto di infelici circostanze, inevitabile conseguenza del senso di debolezza e precarietà che avvolge il fuligginoso orizzonte di ogni grande metropoli.

Fatale è l’impossibilità di immaginare un’alternativa affidabile, un progetto concreto economicamente sostenibile e, allo stesso tempo, di natura opposta al già conosciuto.

Ed allora si resta fermi al “pit-stop”: il mio “fortunato posto di lavoro”, tutti pregni, colorati ma sottovuoto come una bella giardiniera1.

Ma con il passare dei giorni, dei mesi e degli anni, nessun sogno conserva il gusto e la brillantezza originari.

Avvizzirà fino a trasformarsi in un fossile dimenticato, appeso nel soggiorno di casa per essere commemorato con gli occhi umidi dinanzi a qualche ospite curioso…

Il City System ruba molto, ma dà anche molto! Cosa? Una pensione certa, ricompensa inorganica di un sacrificio che è stato vitale!

D’altra parte… certo è che non tutti posseggono sogni da farsi rubare, ed a questi soggetti essere cooptati dal sistema urbano e dai di lui sogni risulta di gran giovamento, intima salvezza, altrettanto vitale!

Pertanto, la permacultura organica si rivolge a tutti gli altri.

Non ritardate di un solo minuto i passaggi decisivi nel percorso di crescita verso la Piena Espressione del Sè.

Non abbiate paura di sbagliare, il timore di non essere pronti, di compiere quel passo lì che, se sarete prudenti, non sarà irreversibile.

Resistere, lasciarsi esistere, non è fare una bella vita!

Il Country System è un mondo fatto di C.E.R.E.L ed ecovillaggi organici “sospeso” sopra quel primo mondo che ti vuole anima inerte e rinunciataria. Un cerel (che non è una azienda agricola “resiliente”) usa la tua operosità quotidiana, il tuo lavoro, in vista del raggiungimento della meta finale, che è “organica”: una biografia singolare ed irripetibile, un essere non fiaccato, un sogno materializzato, una comunità ardente e vicina, una società produ-attiva.

Il Country System è un sistema di ecovillaggi NON ANARCHICI ma parzialmente integrati al City System, che organizza la “resilienza” preferendo l’impetuoso vento del cambiamento (e dei sensi vigili) alla parca indolenza della marijuana.

Tale opzione ristruttura alcuni miti tipici dell’Occidente, come quello del pagamento unico in denaro (o della Moneta Unica”).

Ma… un mondo non-resiliente, ha doti che un mondo resiliente non possiede. E viceversa!

Ad esempio, il CitySystem2000 per sua natura tende ad acquisire il monopolio del cielo e della terra, di ogni cosa e mente creata, instaurando una sorta di sovrana acquiescenza delle coscienze. Questo è senz’altro malvagio ma… porterebbe risultati eccellenti se (e solo se!) la sua politica fosse eccellente, cioè retta da un nugolo di uomini eccellenti!

Di contro, il Country System per sua natura tende ad essere pluriforme e dispersivo, troppo libero e creativo: quand’anche trovasse il Santo Graal in fondo a una grotta, avrebbe poi difficoltà a far penetrare il prezioso elisir in tutto il sociale, poiché il Country System è un mondo strutturalmente frammentato, orgogliosamente fatto di barriere e margini, diviso in “isole felici” non necessariamente in comunicazione osmotica tra loro. Ciò stesso, per quanto per certi versi disagevole, è esattamente ciò che permette anche al sogno più strambo di trovare strenua “protezione” in una comunità autosufficiente ai confini della terra! Laddove nell’Altro Mondo, quello di tipo Occidentale, verrebbe immediatamente individuato e schiacciato per una giusta ed etica “esigenza collettiva” (di sinistra, ovviamente).

Perciò, se avete un sogno da realizzare…

Vigilate, ricercate, non esitate.

Se avete un sogno ancora più grande da realizzare, unitevi ad altri sognatori come voi, fuggite dalla città e…

Vigilate, ricercate,
non esitate


N O T E

1 “Giardiniera”: conserva di peperoni, melanzane ed ortaggi grigliati.

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Permacultura & Filosofia: Immobilità e Trasformazione

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A partire dal preciso momento in cui una cosa nasce e comincia ad essere usata, ecco che comincia anche ad essere usurata, per finire nell’immondizia (al cimitero nel caso degli uomini).

I sistemi permaculturali cercano di trasformare questo apparente “blocco” in quel che veramente è: un ciclo.

La legge in natura
è la legge del cerchio!

Solo in un laboratorio di sintesi farmaceutico-industriale, i processi operano in maniera rettilinea (rendendo un preciso output a seguito di un preciso imput).

In un ecovillaggio, invece, si diffida dalle logiche chiuse e autoreferenziali, monodirezionali, e ci si sforza di convertire non solo l’oggetto ma anche la sua funzione a “vocazioni” sempre diverse e creative. In breve, si fa un uso intelligente delle “risorse”. Così gli scarti di cucina si preferisce trasformarli in compost o gas; la cacca in concime o cibo per funghi; le acque grigie in acqua di irrigazione; le erbacce in erbacce della migliore qualità per pascolo o pacciamatura; le foglie cadute sotto gli alberi, in pacciame, e così via.

Se poi pensiamo che il sacro compito della produzione del cibo (agricoltura) è vincolato alla produzione di escrementi1 animali e rifiuti provenienti dal settore appresso, risulta chiaro come sia “tutto connesso”.

La cultura occidentale con la cultura del riciclaggio sembra orientarsi in questa direzione, ma in realtà è talmente imbranata che sbaglia anche quando predica cose ottime e pie: ad esempio, dando per scontata la presenza di una fonte onnipotente di energia (il petrolio, il sole, il vento, le braccia umane, la umile condiscendenza dei popoli etc), propugna il riciclaggio delle bottiglie di vetro mediante raccolta differenziata. Bene! Eppure riciclare in questa maniera una bottiglia di vetro richiede grande energia da parte del centro smaltimento rifiuti per fondere il vetro e ottenere una nuova bottiglia, o forse pensiamo che le bottiglie si riproducano per partenogenesi? E se il petrolio finisse, il pannello fotovoltaico si bruciasse o finisse per costare troppo? Non sarebbe allora meglio ingegnare la società nel riutilizzo della bottiglia, piuttosto che nel suo riciclo?

«Ugo Vallauri vive all’estero dal 2006, ma l’idea di puntare sul riutilizzo gli è arrivata dall’Africa, dove è stato per quattro anni per motivi di lavoro. Lì ha scoperto che gli oggetti hanno una vita infinita rispetto a quello che succede nel nord del mondo. E gli strumenti sono l’inventiva e la necessità di arrangiarsi. «L’ispirazione me l’ha data un tecnico di Nairobi, in Kenya, che ripara telefoni da oltre quarant’anni. Quando gli ho detto che il mio cellulare rotto in Europa lo avrei buttato, non ci voleva credere. A noi costa meno comprarne uno nuovo, ma per loro è un discorso che non ha senso». [Vi è] un consumismo ossessivo in Occidente che però comincia a non essere più sostenibile in un mondo che deve trovare alternative. «Anche la raccolta differenziata – ricorda Vallauri – spesso è un modo per scaricare le responsabilità e farci credere che se buttiamo riciclando non succede niente. Ma si tratta pur sempre di rifiuti che si accumulano e inquinano il nostro ambiente».

by Il Fatto Quotidiano, 2 maggio 2013

Il principio di riutilizzo delle risorse non è mai stato il vanto dell’economia moderna, la quale prospera se un consumo dissennato prospera.

Nell’antica civiltà dell’USA E RIPARA si era abili costruttori; nell’attuale civiltà dell’USA E GETTA si è barbari distruttori; nella nuova civiltà dell’USA E RIUTILIZZA si è sofisticati ingegneri. Ma per arrivare a questo non serve la propaganda gretina, serve verità.

L’Occidente utilizza e riutilizza senza sosta modalità d’azione scorrette, sorte da sentimenti e ragionamenti scorretti, ma il “gioco” in qualche modo funziona! e il gioco del monopoli ha quelle regole e non altre; se cambiasse regole, sarebbe certo un altro gioco e non si chiamerebbe più “monopoli”.

Siamo certi che l’Occidente
abbia deciso di giocare
a un altro gioco?

Un imprenditore agricolo che dà per scontate manodopera e trebbiatrici, assume squadre di schiavi e trattori per mandare avanti la propria fattoria occidentalizzata, quando è ormai assodata l’insostenibilità ecologica di queste pratiche. Bisognerebbe solo informarsi, ma l’imprenditore non può aver voglia di informarsi bene: vede abbondanti flussi di rumeni disperatamente bisognosi di lavoro (soldi) da una parte, e di petrolio dall’altra (seppur a caro prezzo). Perchè cambiare strategia di lavoro, quando logicamente il vecchio lavoro potrebbe con un po’ di fortuna andare avanti all’infinito, o rendere qualche quattrino ancora per un’altra stagione? Così si tira avanti anno dopo anno, per secoli sotto lo sguardo pietoso di angeli e santi che sempre pregano perché la fortuna del buon contadino si rinnovi come la primavera.

La società si è ormai inceppata in taluni meccanismi che poco hanno a che fare con l’efficienza e la scienza, e l’unico ostacolo al cambiamento di paradigma, è soltanto L’ABITUDINE.

Scrive David Holmgren:

«Ricordo una discussione con una compagna di viaggio su un affollato volo di lavoro da Sydney a Melbourne, nel 1990, che illustra bene il concetto: stavo meditando sul bilancio energetico del mio viaggio in aereo da Victoria a Orange, nel North South Wales, per un seminario di due giorni di relatori al primo corso post-laurea di agricoltura sostenibile in Australia. La donna seduta di fianco a me tornava da Sydney, dove si recava ogni giorno per vendere computer a piccole aziende. Questo era il suo lavoro. La donna ammise candidamente che l’apparecchiatura che vendeva non aveva grandi vantaggi rispetto a quella di marche rivali, e che le componenti erano in pratica uguali, perciò – a parte il fatto che questo le permetteva di guadagnarsi da vivere – non valeva proprio la pena di recarsi a Sydney. La sua laurea in matematica aggiungeva spreco allo spreco; quel viaggio rappresentava, quindi, oltre a uno sperpero di risorse naturali, anche uno spreco di risorse umane».

A un primo livello la permacultura si occupa di piante, animali, edifici e infrastrutture, ma a un livello più alto ed astratto la permacultura è l’arte di tessere relazioni UTILI e intelligenti.

Ora, il primo bene che la società occidentale utilizza in modo inappropriato è nientemeno che noi, gli uomini!

La complessità delle relazioni culturali, sociali ed economiche del mondo cui apparteniamo, raggiunge il sommo dell’inconcludenza quando un insegnante universitario finisce per battere scontrini alla cassa di un supermercato. Quando sforna 4 aspiranti cantanti pro-capite, quando instilla a scuola ed in tv culture inorganiche e delocalizzate, e quando pur salmeggiando da mane a sera contro lo spreco, non riesce a mobilitare il capitale storico di un popolo e di una nazione che resta congelato in qualche conto in banca in mano a banchieri senza regole né coscienza, malgrado i produttori reali di quella ricchezza – gli umani che lavorano – sarebbero stati tutti frementi di attivarsi finalmente in qualcosa di bello, buono e renumerativo per tutti. Se solo il potere, gli Stati e le tv avessero proposto loro forme decenti di vita, lavoro, sogno e progetto! Invece della nuova lacca per capelli!

Un mondo disinteressato all’umanità, se produce, cosa produce… veramente?

Certamente non quello cui è vocato.

La maggior parte delle misurazioni standard della produttività del pianeta è inadeguata perché dà importanza a valori, numeri e processi validi solo per poche entità (statuali o private) e una piccola selezione di esse (“City System”).

Noi permacultori abbiamo bisogno di un diverso metro di misura, per orientare la nostra pratica quotidiana. Abbiamo bisogno di una permacultura sociale che sia veramente alternativa, non accordata al drago rosso.

Noi, con la nostra impreparazione accademica ma con tutta la ragione naturale che possediamo in corpo, possiamo solo cominciare col dire che un sistema sociale migliore richiede la gestione più che la scoperta o immissione di nuove strabilianti fonti d’energia.

Noi, continueremmo col dire che un sistema maturo produce merci che sono anche dei beni.

Noi, finiremo col dire che a ciclo energetico concluso, un sistema permaculturale ha conservato tutto il conservabile, utilizzato tutto l’utilizzabile, eppure rispetto all’inizio si ritrova maggiore energia disponibile! Esso in qualche modo ha aggirato la ferrea legge dell’entropia (“tutti i sistemi naturali avanzano gradatamente verso uno stato di maggiore disordine”).

Nel concetto di RIUTILIZZO si nasconde il segreto di questo apparente “miracolo”; svilupparlo compiutamente – per quanto facile lo facciano sembrare le pubblicità progresso – non è semplice, poiché:

...non «il migliore» utilizzo di una risorsa implica un uso efficiente della risorsa, ma il suo miglior adattamento contestuale alle esigenze sempre variabili delle comunità locali, implica un uso efficiente della risorsa.

Andando sul pratico, ingombranti pezzi di legno possono essere rapidamente bruciati e con la cenere possiamo farne un eccellente concime per piante, da conservare in una busta sotto il lavandino. Tuttavia, se ho già qualche sacco di letame nelle stalle o delle mucche in pascolo dal mio vicino, non era meglio trasformarli in qualcos’altro? Così, abbiamo riciclato senz’altro costruttivamente la nostra eccedenza di legno, ma in maniera poco funzionale rispetto al contesto di appartenenza. Ora è inverno e mi accorgo di avere in magazzino più cacca che cibo per le stufe. Patirò il freddo. Tutta l’energia di cui ho bisogno, in verità, l’ho interamente in casa senza pagare 1 euro, ma è immagazzinata in una forma sbagliata (!): buste di cenere.

Lo stesso accade nel mondo (sbagliato).

Nel bosco, nelle piante, nel sole, negli animali, nella terra e nell’umanità abbiamo sempre tutto ciò che giova a noi e al sistema per sussistere ed auto-perpetuarsi nel più comodo dei modi, ma sta a noi e solo a noi vedere le reali potenzialità di ogni cosa ed esaltarle e sfruttarle e trasformarle efficacemente. Per fare questo, alla luce di quanto appena spiegato, non si può però pensare che un capo politico assiso tra le nuvole sopra di noi emani ricette e soluzioni ottime per tutti i mondi: il mondo reale concreto che chiede aiuto lo vedono i nostri occhi, non i suoi!

Se tentassimo di creare case, ecovillaggi e paesaggi utilizzando un punto di vista strettamente “oggettivo”, superiore o “scientifico”, elaboreremmo progetti maldestri e non funzionali, perché tutti i sistemi viventi sono qualcosa di più e di diverso della semplice somma delle loro parti. Sono materializzazioni dello Spirito Loci.

E’ compito di ogni comunità – come una piccola cellula – gestire sapientemente il proprio singolare ambiente circostante, catturando, conservando e utilizzando al meglio-per-come-si-rivela-nel-contesto-locale, i flussi energetici prima che essi degradino in forme di sempre più difficile usabilità per divenire infine indisponibili all’uomo. La natura, da questo punto di vista, è più precisa di un esattore svizzero. Farà pagare caro ogni ritardo, malgrado ogni incolpevole ignoranza.


N O T E

1 Non tutti gli escrementi sono uguali! Quelli provenienti dagli allevamenti intensivi di tipo occidentale, vengono classificati dalla normativa italiana come ‘rifiuti speciali’ in quanto la grande energia richiesta per il loro smaltimento, impedisce a questi di porsi come fondamento di qualsiasi agricultura (“agricoltura naturale”). Quando invece l’escremento è prodotto da allevamenti ottimamente integrati ai cicli ecologici del territorio, ritorna ad essere il principe dei fertilizzanti organici, valido aiuto di un’agricoltura organica. Coltivazioni industriali destinate a servire il mercato vegano, producono anch’esse ‘rifiuti speciali’.

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Filosofia della Permacultura: smettere di filosofare?

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L’Occidente, così saturo di buoni pensieri, ottime ed evolute politiche, richiede il FARE, ma la soluzione non è smettere di filosofare, bensì fare della filosofia e della pratica un corpo ed un’anima sola, perché è morbido il cuore anche della più ferrea azione, e solo una cultura ignea può trasformare l’azione in una medit-azione vivente.

E noi permacultori vogliamo trasformarci in medit-azione, non è vero?

Idee in carne ed ossa

Infatti, quando la filosofia e la contemplazione vengono comprese nel profondo, rivelano esiti molto più pratici e sistematici di uno che si mette a lavorare la terra senza capire nulla!

Studio e pratica sono come cera e stoppino: se la candela è accesa, non è possibile che si consumi l’una senza l’altro! Perciò, facciamo in modo di mettere in pratica tanto il ben studiare che il saper fare! In egualissima misura. Questo è l’equilibrio della permacultura organica1

Occorre però ancora un aggiustamento.

COSA cambia davvero l’uomo?

  1. Lo può un sermone di etica filosofica?
  2. Lo può “costruire palazzi”?
  3. Lo può frequentare una comunità?

Solo il TEMPO cambia davvero l’uomo, come tutte queste 3 cose messe insieme.

E quel che è più certo, è che alla impassibilità di un cuore sordo e cieco non c’è rimedio.

Non puoi dire a una pera: «Cadi, sii matura!» perchè quella maturi d’un colpo e cada dall’albero.

Di tal insegnamento la permacultura organica ne farà tesoro, e la sua applicazione sarà estesa, puntuale e popolare.

Scopriamola.

A volte è necessario ripiegare su sè stessi e riflettere su di sè, per arrivare non a “un” progetto, ben “al” progetto. Ebbene…

Non tutti hanno il tempo, la capacità o la voglia di tuffarsi nel proprio inconscio alla ricerca di chissà quali verità… inavvicinabili come mostri!

Ben intesi, io amo psicologare e, in quanto filosofo professionista, la sindrome della pansofia universale mi è propria, ma come dimenticare tutta quella gente fatta per fare, anziché per scrivere o pensare!

Essa esiste!!

A codeste persone la permacultura non è bene che assegni un oggetto mentale da contemplare, meglio invece dia loro un progetto da eseguire, molto umile2 e discusso in concilio coi permacultori locali (sociocultori professionisti).

Se il progetto è pensato bene, non violenterà le anime dei nostri cari testimoni del fare. Inoltre, non esisterebbe come progetto se non contenesse già in sè una idea!

Sarebbe facile concludere che «il fare dovrebbe smuovere il pensare di tutti e il pensare dovrebbe smuovere il fare di ciascuno», ma la natura insegna… che alla natura non si comanda: alcune persone sono vocate a fare, altre a pensare!

Non le si metta in croce per questo!

Lascia in pace ora le une ora le altre!

Come la leggerezza della filosofia non è un difetto, ma il segno di un rapporto disinteressato con la Verità, così la ruvidezza della pratica non è un difetto, ma il segno di un rapporto interessato al mondo.

Se il permacultore redige un bel progetto pubblico (o “pensiero organico”) ma non esiste o non si trova la comunità che lo realizza, ciò è una grossa sconfitta per lui come permacultore, che per questo dovrebbe recitare il mea culpa di fronte a Dio e agli uomini. Tuttavia, la società complessiva di tale mancanza non risentirebbe carenza alcuna. Essa proseguirà serena ed imperterrita nel cammino in cui fu trovata: verso il burrone che responsabilmente si è scelta.

Se invece si hanno sotto braccio molte forze, uomini ed intelligenze in fermento, ma manca un progetto comune, allora c’è reale, assoluto e biasimevolissimo SPRECO SOCIALE (“entropia organica”), perchè l’umanità era, come dire, già pronta a fare un passo avanti – tutti i corpi si erano già allineati in attesa di un Detto e di un Progetto credibile profferito da qualcuno di credibile – ma non trovandosi permacultori che interpretassero i tempi per quelli incapaci di interpretare alcunchè nonché disposti ad agire per quelli incapaci di agire da sé, tutti rimasero complessivamente fermi al punto zero, immobili.

Meglio “fare” o “pensare”, essere o non-essere?

E’ chiaro che vanno fatte entrambe le cose al giro opportuno e con le persone opportune per gli scopi opportuni!

Certamente, per concludere – e ben iniziare – possiamo dire questo: una permacultura responsabile nei confronti della comunità locale e dell’umanità intera si pone come:

  1. G.M.A3
  2. Progettificio4

…e solo alla fine come 3. Corsificio.


N O T E

1 Meno della permacultura volgare, popolare o “selvatica”, che molto spesso così facilmente funambolica insiste sul “lavoro” anziché sulla preghiera e la meditazione, le quali cose in verità informano lo studio che informa l’attività pratica. Ai fini dell’armonia sociale e personale, non deve esserci separazione tra mondo dello spirito e mondo del lavoro!

2 «Non fare 100: fai 50, ma fai!» mi disse un giorno mia madre in sogno.La famosa maledizione di Gesù al fico che non dava frutti a gennaio, forse potrebbe leggersi in questa maniera: purché esista una “chiamata”,ogni uomo è tenuto a fare qualcosa anche se non è ancora giunto il suo tempo, ed il frutto, a rigor di logica, sarà piccolo. Ma meglio poco che niente!

3 G.M.A. – Gruppo di Mutuo-Aiuto. E’ una importante forma di “welfare” fai-da-te, nata in seno alla permacultura siciliana, cui abbiamo dedicato un testo a parte.

4 Diversamente da un corsificio, un progettificio discute insieme ad altri non teorie e nozioni, ma le difficoltà pratiche incontrate ed incontrabili onde realizzare il proprio progetto di vita nella storia non universale ma concreta e particolare, personale e familiare, aprendo con ciò la strada alla utile nascita di un G.M.A.

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