Teologia morale & Bibbia: l’ermeneutica dello «STA SCRITTO»

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Ogni testo contiene prescrizioni, massime o consigli, esortazioni, insegnamenti parenetici, apologetici, aneddoti o racconti, ma il senso con cui io ora leggo ciò che è scritto, potrebbe non coincidere con quello che l’autore aveva in mente quando lo scrisse! Non trattandosi di una DISSERTAZIONE SISTEMATICA intorno i vari temi etici (pace, guerra, salute, Stato, famiglia, proprietà etc), la bibbia si espone come qualsiasi altro testo ad una varietà di interpretazioni: i significati che essa veicola, purtroppo, non sono immobili, fissati una volta per tutte con perizia giurisprudenziale, e serve perciò adottare un approccio responsabile, serio e maturo onde evitare di far dire alla bibbia tutto ed il contrario di tutto. Stiliamone velocemente uno:

  1. Evitare strumentalizzazioni del tipo: «c’è scritto nella bibbia!». Come una mano non fa e non dice nulla per se stessa, ma sempre agisce in risposta al capo, così nessuna parte della bibbia dice nulla in se stessa, ma sempre risponde in vitale collegamento con tutte le altre parti del testo. Ogni pericope va constestualizzata! Neppure tra VT e NT esiste una cesura profonda ed insuperabile.
  2. Evitare di leggere un contenuto redatto nel passato con le lenti fornite dal tempo presente. Il futuro infatti è già pronto a fornire al lettore un nuovo paio di lenti, ma quello che il lettore più devoto e prudente fa, è procurarsi il modello più vecchio. Ogni insegnamento biblico vive in una dimensione storica particolare da cui solamente attinge il suo significato più pieno, autentico ed originale.
  3. Evitiamo di relativizzare ciò che ha un valore assoluto, e di assolutizzare ciò che ha un valore relativo. Stiamo al centro! In origine ogni insegnamento sacro assume un valore CONTINGENTE, intimamente legato all’ordinamento socio-culturale in cui viene generato. Malgrado successivamente possa venire assolutizzato – fino a divenire ideologia universale – il buon credente non cede nè al relativismo assoluto nè all’assolutismo integrale ma discerne nella sua propria coscienza – eventualmente con aiuto del Magistero – dal caso in cui una norma biblica vada applicata alla lettera, dal caso in cui una norma biblica debba essere interpretata perchè storicamente coniata soltanto per non stravolgerela tradizione di un popolo onde promuovere in esso un progresso civile graduale. Ad esempio, San Paolo contempera il: «Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti» (Ef 5,22) con il: «Mariti, amate le vostre mogli» (Ef 5,25): in un mondo in cui era più che legittimo (normale) trattare le mogli come schiave, questo passo biblico realizza certamente un progresso senza ribaltare la comune tradizione locale. “Gradualità” insidiosa e snervante, come fu la tecnica di riforma adottata dalla Eurocrazia, così lo è negli affari dello spirito e della cultura!
  4. Evitiamo il fondamentalismo dell’ateo e del malizioso, ma il cattolico accetti in buona coscienza di far talvolta proprio un pò del “relativismo” proprio degli atei. Anche quando abbiamo compreso fino in fondo un ammaestramento contenuto nella Rivelazione – e ne leggiamo chiaramente le righe – esiste sempre un tempo della storia, il nostro, che è necessariamente diverso da quello passato in cui la norma fu redatta. Esso ci chiede talvolta con grande, inascoltata evidenza, l’adozione di un’ermeneutica diversa e complementare. Cosa buona e giusta è non assolutizzare nessun dato biblico. Come neppure relativizare qualsiasi passo biblico perchè «i tempi sono cambiati!». E’ proprio vero che «i tempi cambiano!» ma alcune altre cose non cambiano! E la bibbia rimane per certi verti ed in certa misura un testo normativo! Cerchiamo, tramite la pratica del discernimento interiore, di allontanarci dalle soluzioni facili e pressappochiste – che è facile individuare perchè sovente presentate da anarchici, newager e pagani. Volendo buttare tutto alle ortiche, costoro fanno presto a buttarla in caciara. Da questo li riconoscerete. Insieme all’acqua sporca (che sporca è realmente!) getteranno via anche il sacro bambino! Da parte nostra prendiamo gli insegnamenti della Scrittura più come i consigli di una madre, che come gli ordini di un padre o le istruzioni di una macchina!
  5. Se vuoi avere un buon rapporto con questa “madre”, cerca di spiegarle fino in fondo le motivazioni che ti hanno spinto a interrogarla, aprendo il libro. Più chiaro sarai con te stesso, più facile sarà per lei risponderti ed aiutarti.

Nella su fatta riflessione affiorano a onde alterne 4 elementi, i quali nascondono il loro imponente corpo sotto la superficie dell’acqua e che pertanto vanno estratti per un migliore esame della questione.

  • TEMPO STORICO: è il tempo passato ed il contesto sociale passato in cui un autore del passato redige il suo contenuto letterario.
  • OGGETTIVITA’: è dato dalla lingua usata dall’autore e dall’insieme di lettere da lui scelte per comunicare agli altri un preciso significato esistente nella sua mente.
  • REALTA’ CONCRETA: è il tempo presente ed il contesto sociale presente nel quale il lettore riceve il messaggio concepito dall’autore.
  • SOGGETTIVITA’: è la particolarissima storia personale del lettore e il magma di umori psicologici in cui il messaggio concepito dall’autore prova a gettare radici ogni qual volta viene letto.

Ogni elemento è in realtà una tappa ermeneutica di un circolo (appunto “ermeneutico”) in cui un dato periodo storico genera attraverso un individuo speciale (lo scrittore) uno speciale contenuto letterario che da quel punto in avanti (se ben pubblicizzato) si immergerà nelle epoche successive a condizionare gli umori e le storie di uomini successivi che così formati generano altri contenuti linguistici e così via.

Il circolo è perpetuo!

Se dunque troviamo scritto nella bibbia: «L’uomo non si separi dalla moglie!», i più – che sono uomini semplici – si ritroveranno nella propria mente come a un bivio: rigorismo («c’è scritto nella bibbia!», «ecco la norma divina!», «per l’amor di Dio, diavolo, non tentarmi!», «Ora tu non tenterai neppure la povera gente! Ti censuro!») oppure lassimo (ogni scusa è buona per rompere la norma: «tolleranza, elasticità mentale», «per amore ti lascio!», «la pace si ottiene facendo la guerra», «evvedi, la ragione naturale vuole questo peccato!»).

Ma noi che abbiamo studiato e facciamo nostro un approccio ermeneutico al testo sacro, rifiuteremo sia il rigorismo che il lassismo appropriandoci invece del punto di mezzo in cui facciamo una lettura intersoggettiva, interdisciplinare ed intergenerazionale del dato biblico, confrontandoci direttamente con la Parola di Dio fino al punto di arrivare ad una SCELTA MORALE che non è ricezione passiva della norma contenuta nella Scrittura, ma il frutto di prolungata meditazione interiore nonchè di studio concreto ed analisi dei costumi e delle fonti di una cultura.

Declinando la norma sacra nel TEMPO e nel LUOGO in cui germinò storicamente, si otterranno elementi molto importanti per applicarla correttamente laddove dopo secoli giunse: nel MIO PRESENTE e nella MIA CASA attraverso le mie orecchie ed i miei occhi.

Ogni singola parola è sempre parto di un CONTESTO (storico, culturale, emotivo, personale, generazionale etc). Comprendendo ottimamente il contesto comprendiamo il significato autentico ed i “limiti di legalità” di quella parola. Fatto questo lavoro di assimilazione, ricerca e confronto ermeneutico – spesso lento e faticoso – tra due o più modelli di azione e di pensiero, matura qualcosa di prezioso: una RETTA COSCIENZA (CATTOLICA), che rimane tale anche se durante il percorso di discernimento si è sbagliato qualcosa a causa di fragilità umane o di accidenti storici particolari. In effetti, il rapporto con la Scrittura non è stato disprezzato ma ampiamente e correttamente coltivato, e questo è parte centrale di quanto richiesto a un cattolico per dirsi veramente fedele.

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La LIBERTA’ nella teologia morale cattolica

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Un atto dell’uomo è etico se «umano» (in senso tommasiano), ma anche se umano non sarebbe veramente etico se non fosse anche libero! Peccato e virtù sussistono laddove e fin dove esiste la libertà! Ora, la libertà che caratterizza l’agire umano non è mai totale ed assoluta, bensì «situata e condizionata», limititata dalle situazioni personali della vita stessa, sorge cioè da un humus mai oggettivamente qualificabile una volta per tutte. Nondimeno l’uomo è chiamato a rispondere positivamente a Dio nella libertà che gli è propria, con l’altrui libertà e la Parola o Volontà di Dio quale contenimento alla propria.

«Che questa libertà non diventi
un pretesto per la carne»

Gal 5, 13

La bibbia dunque orienta il cristiano, lo istruisce – insieme ai documenti magisteriali e le guide locali (sacerdoti, consacrati, etc) – su come utilizzare la propria libertà, e tuttavia la libertà del cristiano è ben diversa da quella dello «scolaro diligente»: è la stessa di Dio!

Dio, nella sua sovranità onnipotente, da nessuno determinato e da nessuno limitato, tutto può volere e tutto realizzare, e tuttavia sceglie sempre e solo il bene. La libertà di Dio si autodetermina, e autodeterminandosi sempre come Bene e mai come Male, non fa altro che essere semplicemente, continuamente, liberamente se stessa: Dio.

Qualcosa di simile è chiamato a fare il cattolico. Poichè è innestato in un progetto così vasto, non dovrebbe percepire la sua libertà nativa alla stregua di Sartre, cioè come un peso o addirittura una specie di punizione (Sartre parla apertamente di «condanna alla libertà»), ma come una vocazione altissima (quantunque certamente difficoltosa).

Per il magistero cattolico la Persona è principio e fine dell’esperienza umana di libertà.

Principio, perchè non ci sarebbe vera libertà senza una persona serenamente ed armoniosamente1 collocata nel suo ambiente; fine, perchè ogni libertà viene concessa da Dio per essere “come” Egli è, e che cos’è Dio?

E’ una Persona! E’ LA Persona.

Quindi Dio dona all’uomo una libertà simile alla sua per realizzare la Persona Umana. E tale libertà ha come obiettivo (e contenimento) finale quello di realizzare la Persona Umana che ogni uomo in fondo è, non già di stravolgerla, snaturarla, storpiarla o disumanizzarla in nome di ideali persino buoni e giusti come quello della libertà stessa!

Per la teologia cattolica la categoria di Persona rinvia sempre e necessariamente all’Assoluto, sicchè colui che si realizza come Persona, si realizza come Dio. Sta scritto infatti:

«Voi siete dèi»

Sal 82:6, Gv 10:35


N O T E

1 L’armonia è qualcosa di diverso e ulteriore rispetto alla «serenità».
Potrei avere da mangiare e bere gratis in una casa per molto tempo, ma non per questo sentirmi libero e felice, perchè non c’è armonia, giustizia, nel modo in cui ho ottenuto queste cose.

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Il Peccato nella teologia morale cattolica

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Non tutti gli atti di una persona sono un riflesso esatto del suo proprio “telos” (cioè del suo proprio fine esistenziale ed etica personale) o del miglior telos sociale. A volte sono il risultato di pensieri accidentali, esperienze distorte o condizionamenti non voluti.

Nel caso in cui tali atti contraddicano esplicitamente il Bene Universale personale o collettivo, la Chiesa parla di «peccato»: sono «peccati» tutto ciò che disumanizza l’uomo il quale, pur peccatore, per il magistero resta «persona» titolare in via permanente di «soggettività morale» (sebbene negativa). La rivelazione, a parte le parole1 che di volta sceglie di usare per riferirsi al “peccato”, non si preoccupa di fornirne una definizione “scientifica”, presenta piuttosto una serie di situazioni, racconti ed aneddoti che ne rendono trasparente la natura. Arguiamo così che il peccato non è la semplice infrazione di un precetto, ma qualcosa di molto più vasto e complesso:

  • Offesa a Dio
  • Trasgressione del Patto
  • Infedeltà, prostituzione, adulterio e fornicazione2
  • Rottura dell’ordine naturale
  • Rottura della relazione dell’uomo con Dio
  • Rottura dell’amicizia con Dio
  • Rottura della relazione dell’uomo con altri uomini
  • Rifiuto di Dio e del suo progetto
  • Impedimento alla crescita del Regno
  • Maltrattamento del mondo «buono»
  • Diffidenza verso Dio
  • Rifiuto del Verbo; chiusura del cuore e delle orecchie di fronte alla Verità (alla moda dei farisei)
  • Idolatria (elevazione agli onori degli altari di un familiare, di un lavoro o di una cosa)
  • Autoidolatria, autoglorificazione, presunzione di salvarsi da soli
  • Rivendicazione assoluta di autonomia e indipendenza rispetto a Dio
  • Aria di sufficienza verso il Creatore
  • Rovesciamento del rapporto creatura-Creatore
  • Opposizione esplicita a Cristo e azione diretta contro il suo Corpo

Questi temperamenti spirituali sono profondi e potrebbero essere innati nelle anime costituendo negli anni l’habitat ideale in cui atti peccaminosi molteplici, nuovi e continui proliferano per informare di sè il volto umano. Ogni peccato crea infatti uno stato, uno spazio, un’atmosfera che invita a peccati uguali o peggiori.

E’ chiaro che un’educazione cattolica abbastanza precoce potrebbe decelerare certi sviluppi spontanei e selvatici della coscienza, ma a causa del processo di secolarizzazione, oggi comunemente si ritiene che la propria ragione naturale basti a orientare positivamente tutti i comportamenti umani, e, anzi, più compiutamente, che i valori che scorrono nella società terrestre non dovrebbero affatto farsi informare da una fede3, un’ordine celeste o una religione rivelata. La società secolarizzata – guidata dalla scienzah4 – dubita fortemente, non meno che orgogliosamente, dell’esistenza del Valore in Sè e di un Dio quale garante di tal valore sopra tutti gli altri valori.

L’inclinazione o l’obiettivo pare essere la creazione di un «mondo senza peccati» soltanto perchè si è efficacemente creato un mondo senza Dio. Ma tale mondo, evidentemente, precisamente un paradiso non sarà. Il male non è stato espulso, semplicemente non viene chiamato più «male» per evitare ogni forma di «discriminazione» in collettiva, silenziosa, religiosa deferenza al «polticamente corretto». Dunque la secolarizzazione iniziata nel settecento, con l’illuminismo, dopo 3 secoli, in era post-covid, trova il suo più geniale epilogo! Il «rispetto», la neutralità e «la pace» (però soltanto filologica).

Ma non tutti i mali vengono per nuocere.

La secolarizzazione ha contribuito a denunciare una serie di false forme di religiosità e a rendere più autentica l’esperienza della fede cristiana. Di conseguenza, una certa retriva concezione di peccato è stata messa giustamente sotto processo, spingendo il magistero a purificarne l’immagine. Oggi la dottrina cattolica, calcando la mano sulla «etica personalistica» piuttosto che su quella normativistica o mistagogica, si è spogliata di molti fardelli e sovrastrutture medievali: dietro ogni atto dell’uomo, anche «cattivo», c’è sempre e prima di tutto una persona, non sempre e non proprio un demonio!

Alcuni atti, inoltre, protrebbero rispondere direttamente a grandi «strutture di peccato»5 culturali e sociali non poste dall’individuo medesimo ma dalle generazioni a lui precedenti o da governanti insipienti e/o malvagi. L’uomo è avviluppato in una trama storica di colpe da cui è spesso incapace di astrarsi. Si tratta in verità di una «solidarietà tra tutte le cose» tanto impercettibile quanto concreta, per la quale il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo misterioso sugli altri.6 In questo caso il peccato resta personale, ma la responsabilità di esso è condivisa con il sistema sociale di appartenenza. La «Vita Nuova in Cristo» dovrebbe fornire l’antropologia, la filosofia e la cultura necessarie per ripulire e proteggere la propria visione del mondo da condizionamenti segreti, precomprensioni e premesse di senso distorte, ma talvolta neppure col migliore studio questo accade: le antropologie cristiane infatti sono molteplici e reciprocamente difformi (l’antropologia personalista è solo una tra le tante), i testi di riferimento numerosi e prolissi, i buoni insegnanti pochi, gli apostoli ancora meno, e le antropologie rivali (ad es. antropologia materialista) risultano spesso più ficcanti, diffuse e meglio presentate dall’apparato mediatico in azione.

In alcuni casi la cultura occidentale – di scienza e filosofia naturale imbastardita – non respinge tout court la logica del peccato come sciocca, insensata, primitiva etc, ma la usa per irrorare una sorta di oscura ma piacevole “mistica del male”, tratteggiabile alla maniera seguente.

Solo nella perdizione più radicale Dio può essere veramente Dio nei nostri riguardi.
Il peccatore che riconosce umilmente la propria colpa è più vicino a Dio di un ligio cattolico ottusamente pago di se stesso.
Il peccato è una condizione intrinsecamente necessaria non solo alla esistenza fisiologica umana, ma anche alla grazia divina e alla luce redentrice del Cristo! La Chiesa cattolica dice che esso è, di sua natura, improduttivo, ma questo non è vero. Esso ha valore in sè perchè è sorgente di tutti i beni che verranno dalla confessione della colpa e dal perdono misericordioso di Dio.
Il peccato non va schivato come fosse una pallottola, ma accettato e accolto serenamente dentro di sè perchè è una fatalità ineluttabile e preziosa della natura umana. L’impegno contro di esso non deve essere assoluto.

In questo humus culturale – più stallatico che humus – la tesi squisitamente catechetica secondo cui «il peccato offende la santità di Dio», faticherà sicuramente ad essere colta, allorchè una intera generazione appassionata di scienzah non capisce razionalmente dove sia questo Dio e per quale motivo, se è nei cieli, dovrebbe sentirsi urtato da un cotanto utile e benefico «peccatuccio».


N O T E

1 Nell’Antico Testamento i termini più usati per designarlo, in ordine di frequenza, sono: «HATTA ‘T» (fallire, mancare l’obiettivo); «PESA» (protesta, ribellione, azione delittuosa, reato); «AWON» (defezione, perversione, tradimento). Nel Nuovo Testamento: «HAMARTIA» (traduzione greca dall’ebraico hatta ‘t).

2 La Alleanza uomo-Dio veniva dagli ebrei interpretata in senso coniugale; “l’adulterio” su accennato non è quindi solo un peccato contro il proprio partner, ma immagine e “stile” di un peccato ben più grande, universale!

3 Per i secolaristi la «fede» è una motivazione interiore come tante. Non ha una origine extra-mondana, e pure se l’avesse, rimarrebbe quel che è: un supporto psicologico.

4 La BIOLOGIA ha chiarificato la funzione degli istinti e reso trasparente il carattere ereditario di certe inclinazioni; la SOCIOLOGIA ha posto l’accento sull’influsso esercitato dall’ambiente e dall’educazione nell’ambito delle scelte personali; la ANTROPOLOGIA CULTURALE ha dato sempre più rilievo alla storicità (e dunque alla relatività) dei comportamenti e dei costumi umani. La secolorizzazione scientifica ha assolutizzato questi dati, trasformandosi in ideologia e trasformando l’uomo in un «animale evoluto» dotato soltanto parzialmente della libertà spirituale propria di una persona angelica, umana o divina.

5 Da un’enciclica di Papa Giovanni Paolo II.

6 Questo è il lato oscuro della medaglia. Il lato luminoso è quel che la Chiesa abitualmente chiama «comunione dei santi», per la quale tutte le grazie e tutti i meriti conquistati da un santo – Gesù Cristo primo fra tutti – fanno la gioia anche dei meno santi, un patrimonio segreto, un tesoro nascosto da cui anche un non-santo può attingere per diventare santo.

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La Persona nella teologia morale cattolica

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La teologia morale cattolica precedente al Concilio Vaticano II era imperniata sulla LEGGE DIVINA da conoscere, osservare e far osservare. L’atteggiamento prevalente era: «questa cosa è strana ma se obbedisco non sbaglio mai» perchè «c’è più merito e guadagno nell’obbedire che nel fare di testa propria» e «il bimbo non obbedisce alla madre ciecamente?». La porta di entrata di questo spirito nella Chiesa fu una sorta di “Mistica della Penitenza1, e la sua porta di uscita fu una serie inenarrabile di esperienze di fiducia mal riposta.

Il Concilio Vaticano II riterrà giunta l’ora di generare cristiani adulti, conformati a Cristo totalmente, e non più bambini. Sceglie dunque di spostare il perno della scienza morale cattolica dal culto della Legge, delle norme e del legalismo, alla PERSONA2 ed al personalismo, anche sulla scia delle considerazioni di Levinas per il quale non è vero che l’etica è un insieme di regole buone. Inizia così la celebre “Svolta Antropologica” di molti teologi del concilio – e non solo (ad es. raneriana).

Per Levinas l’etica ha una sorgente fisica, il volto dell’altro uomo, quindi non è un ragionamento, ma una presenza carnale che si focalizza con lo sguardo dell’altro e il rapporto con l’altro. Come l’etica levinasiana, anche l’etica post-conciliare esiste nella relazione, per la relazione, a causa della relazione. Come l’anarchico o l’eremita che non intendono realizzarsi in società in fondo appartengono sempre ad una società, così anche la morale che si pensa pura filosofia sganciata da qualsiasi pretesa sociale e materiale, in fondo appartiene alla storia ricevendo originariamente esistenza dallo sguardo dell’uomo su un insieme di altri uomini (di cui immagina le relazioni ideali).

Ogni morale è morale in quanto relazione, ed ogni persona è persona in quanto in relazione.

La Persona, non già La Norma, è il principio scelto a base della teologia morale cattolica successiva agli anni ‘60 del novecento. In questo nuovo quadro il fine (“telos”) di una persona, altro non è che la sua etica personale, ed il fine di ogni persona è il fine dell’etica universale, il quale fine universale nella prospettiva cattolica coincide genericamente con «Il Bene».

In cosa consiste praticamente
questo “Bene” della persona
e delle persone?

Il Bene è realizzare la persona stessa secondo le sue più intime aspirazioni, che sono sociali, spirituali ed anche biologiche. Il valore morale delle azioni va dunque commisurato all’effetto che esse praticamente hanno sulla realizzazione personale («personalismo teleologico»). Ma ciò che è bene per tutti e per ciascuno non può essere il male di tutti e neppure di un singolo. La Chiesa cattolica individua il telos principe della sua etica ne «l’essere come Dio mi ha creato», «volere quel che vuole Dio» e, se si è caduti, «recuperare l’innocenza originaria».

L’etica e tutti gli atti etici della filosofia cattolica sono tali perchè umanizzano l’uomo, rendendolo più umano e non già più disumano. Esiste quindi all’interno della prassi etica cattolica una sorta di “culto dell’esistenza” per il quale nessuna persona e nessuna intimità personale andrebbe soggiogata o sottomessa a scopi, fini, telos ed etiche extra-personali, tuttavia tale “culto”, logicamente, non può essere infinito. Raggiunto il “bordo esterno”, secondo la teologia morale cattolica, esso deve fondersi con una particolare dottrina dell’esistenza che informi, contenga, corregga, infiammi e moderi suddetto culto dell’esistenza.

In altre parole, la morale cattolica rifiuta sia l’individualismo – estremizzazione del liberalismo americano – sia il collettivismo, estremizzazione dello statalismo cino-sovietico. Per il magistero il singolo, in quanto persona, ha un valore assoluto che, in quanto tale, non può essere sacrificato alle pretese della collettività o di un qualsiasi leader politico; tuttavia ogni persona deve riconoscersi come essere relazionale, quindi organicamente aperta all’accoglienza delle esigenze dell’altro (in misura e per ragioni legittime).


N O T E

1 Dalla cultura ascetica greco-pagana (stoica) ed orientale, il cristianesimo ha assorbito molto, divenendo infine Cultura della Mortificazione. La cultura occidentale, però, a partire dall’illuminismo, ne ha fatto saltare i chiavistelli uno dopo l’altro, e non sappiamo cosa ne resterà del suo vecchio aspetto a ciclo terminato.

2 Quando la teologia morale cattolica parla di «persona» non intende “individuo” o “uomo”, ma un soggetto che intrattiene legami unici ed irripetibili con il suo ambiente e le persone proprie di quel dato amiente.

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Bibbia: fondamento OGGETTUALE della Teologia Morale Cattolica

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Nel secolo XII, San Tommaso pone e sviluppa i principi scientifici che reggono la teologia morale cattolica ancora oggi. La tesi di fondo è che è possibile affrontare con metodo oggettivo i problemi della vita morale perchè i pensieri morali che potrebbero aiutarci a districarci da essi, hanno anche anch’essi, in ultima analisi, delle fonti oggettive:

  1. Esperienze
  2. Parole
  3. Libri

La Teologia Morale Cattolica può dunque e vuole farsi SCIENZA DEGLI ATTI UMANI RAGIONEVOLI E CONSAPEVOLI. In quanto scienza, intende fornire Risposte Universali ossia valide per tutte le culture (non solo per la Chiesa e i suoi credenti).

La bibbia è il testo concreto che orienterà la prassi etica umana secondo le indicazioni ed i parametri forniti dalla correlativa teologia. Ma se la Scrittura è uguale da secoli, l’approccio della Chiesa alla Sacra Scrittura cambia nei secoli, e quello di oggi non è più quello di secoli fa!

Così oggi il dato biblico viene affrontato in maniera ermeneutica ed ogni rilettura deve essere argomentata razionalmente, non perdendo mai di vista il termine da cui tutto lo sviluppo della Teologia Morale ha inizio: la PERSONA UMANA.

L’odierno argomentare morale è corretto non già se difende “a prescindere” Schemi & Norme precostituite (per quanto sacre), ma se difende l’integrità psichica e fisica delle persone immerse nel loro concreto stato di vita. Il “precetto” ed il suo “rispetto” non ha più il potere da esso per lungo tempo detenuto in ambito magisteriale e pastorale (pur conservando un certo valore classico).

Il nuovo argomentare teologico intorno ai fatti e ai problemi della vita morale di un popolo si allontana quindi dalla tradizionale soluzione verticale “Predica & Catechismo” (somministrazione di conoscenze normative), e diventa più un tentativo di conquista dell’altro con le ragioni fornite dall’altro e da madre-chiesa. L’obiettivo non è fare proselitismo, ma fare cultura cristiana autentica e profonda onde generare cristiani ed uditori adulti e consapevoli se non nella fede, almeno nelle ragioni che li tengono lontani dalla fede.

Dio ha creato tanto la natura quanto la ragione naturale – la quale, come linguaggio universale, filtra persino dalle pagine del vangelo – quindi esiste una possibilità di dialogo fra credenti e non credenti, e poichè Dio può ispirare ciò che è giusto a chiunque, attraverso il dialogo con un cristiano anche un pagano può percepire infine la Verità.

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Il fondamento VIVO della teologia morale cattolica: le Persone

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L’azione morale è per sua natura inter-azione con altri.

Nessun giudizio morale sarebbe possibile in un mondo abitato da me soltanto! Qualsiasi nefandezza compiuta o soltanto concepita, valutata da me medesimo sarebbe infine da me giudicata senz’altro “giusta”. Dall’esistenza dell’Altro o di un altro, quindi, la teologia morale attinge la sua propria esistenza, il suo statuto ed i suoi limiti.

La teologia morale esiste per le persone, a causa delle persone ed in vista delle persone in relazione reciproca, ed il suo soggetto più verace non è tanto il soggetto individualmente considerato (come vuole il liberalismo o il paganesimo anarcoide) quanto l’uomo-in-società. Ogni persona infatti nasce fisiologicamente dall’unione di più persone e non può che realizzarsi non già nell’isolamento ma in una società di persone. L’individuo giunge quindi a maturità interiore abbandonando il suo essere separato dagli altri.

Il magistero, prendendo atto di ciò, dichiara la dimensione «ecclesiale» (“assembleare”), dimensione propriamente umana, essa è il vivo (e poco immaginario) fondamento della etica cristiana (!) che diventa una ETICA RELAZIONALE1 (o “responsoriale”) più che espressamente raziocinativa o meditativa. Il soggetto etico cristiano si costituisce nel contesto ecclesiale come un bimbo si costituisce in ogni sua parte nel grembo di una donna, ma centro palpitante di ogni “contesto ecclesiale” è l’azione liturgico-sacramentale, quindi la morale del credente ha in verità poco a che fare con la “natura” o la “filosofia”: è figlia dell’eucaristia! La «teologia morale cattolica» parla in effetti della morale concepita non da uomini qualsiasi, ma da una particolare specie di persone, i cattolici, quali uomini-in-cristo che dimorano e agiscono nella Chiesa quale:

  1. Istituzione (mondana) e complesso di norme giuridiche (cartacee);
  2. Luogo di convivenza fraterna (parrocchia, convento, etc);
  3. Entità mistica (corpo di Cristo).

Ed ecco… in che maniera la Chiesa gestisce o ha gestito storicamente questo dato? Questa sua coscienza di essere per i fedeli contemporaneamente spirito, casa e corpo?

La parrocchia è oggi il luogo più immediato e naturale di confluenza di tutti i credenti verso una prima società cristiana locale, ma ad oggi la comune vita parrocchiale non sembra sufficientemente illuminata. Si registra ovunque la tendenza dei parrocchiani ad unirsi attorno ad un “leader” per farsi “devoti” di un parrocco che si vede più come “inviato”, “messia” e “maestro” che come “servo dei servi”. In questo tipo di prete il bisogno di generare una comunità organica è periferico al suo bisogno di essere protagonista di quella comunità come comandante, “capitano” (della «barca di Pietro») o “gestore risorse umane”.

Allora è evidente che ad oggi purtroppo madre-chiesa non fomenta presso i suoi figli una vera CULTURA DELLA COMUNIONE, bensì una più modesta CULTURA DEI GRUPPI (gruppo di preghiera, gruppo canto, gruppo scout; gruppo oratorio, gruppo catechisti, lettori, cresimandi etc).

Mentre una buona comunità (cattolica) si autogoverna e si autorganizza secondo principi (cattolici) semplicemente ribaditi da questo o quel “servo dei servi”, in un gruppo di azione cattolica il principio di corresponsabilità verso la salute globale della società cristiana locale è soltanto accennato, l’obiettivo sfumato ed il filo rosso che lega tutte le attività parrocchiali, molto fragile, delicato. Resta dunque nei casi più comuni un insieme di fedeli che si prestano molto volenterosamente a questa o quella attività cristiana, ma che tutti insieme, però, difficilmente si percepiscono 1 ed una sola comunità…una sola, grande famiglia.2

Dal punto di vista pedagogico, la causa di questo difetto o fallimento potrebbe essere una mancata insistenza da parte dei pastori sulla «Etica della Resposabilità», laddove aleggia ancora tra le chiese con fare minaccioso, la «Etica della Norma».

La Chiesa si è limitata per molto tempo a giudicare i comportamenti umani solo in base alla loro conformità ed «efficienza» rispetto alle norme ecclesiali, ma questo ha finito per svuotarne la pastorale di un genuino senso di eticità. Lo sanno tutti benissmo che ogni adeguamento meccanico alla norma, seppure divina, “disidrata” il «mondo della vita» dentro e fuori l’uomo. Ma l’esaltazione per il «risultato» etico raggiunto – il «sentirsi a posto» nella liturgia – maschera presto la sinistra ambiguità della percezione originaria. Affrontata frontalmente, del resto, sarebbe arduo sfuggire ad essa.

Una strategia di sterilizzazione potrebbe essere, come abbiamo detto, la sostituzione consapevole e sistematica – in ambito scolastico, accademico e pastorale – dellaEtica della Norma con la Etica della Responsabilità.

Il concetto di Responsabilità non esclude il vasto e complesso dinamismo di istinti, tendenze, disposizioni mentali, abitudini caratteriali e/o acquisite, tratti ereditari. Non reprime tutte queste cose, ma le presuppone affinchè ci sia un esercizio organico dell’Etica. La perfezione morale cattolica diventa così non già «dimenticare in fretta» le «cose brutte» onde «eseguire la norma santa», ma prendere coscienza delle forze compulsive-psicofisiche mie proprie, possederle, superarle, e donarle bellamente.

Il dono del proprio corpo e della propria psiche può essere fatto ad un maschio o ad una femmina, marito o moglie, ma anche ad una comunità, istituzione, azienda o parrocchia. Parteciparvi vitalmente, dall’osservatorio privilegiato cui inerpicandoci siamo giunti, diventa non già l’ennesimo «adeguamento alla norma» stavolta di utilità sociale proposta/imposta dalla Chiesa, ma ciò di cui ho bisogno per essere veramente uomo. Responsabile verso tutti gli altri uomini in generale, e verso il compagno/a o l’associazione che mi sono scelto in particolare. Allora l’ambiente parrocchiale diventa un mezzo proposto dalla modernità come tanti altri per esercitare la propria Umanità, non propriamente il luogo ove incarnare la normativa ecclesiastica, esercitare asceticamente le “virtù” della mortificazione interiore e «diventare santi».


N O T E

1 Purtroppo o per fortuna la legge mosaica non indugia in massime di natura “contemplativa” come invece piace fare al Budda e alla spiritualità orientale in genere (indiana, taoista etc); l’Antico Testamento prova a disciplinare direttamente 2 relazioni fondamentali: con Dio e con il prossimo, fino alla plateale, dolorosa rinuncia del proprio diritto per affermare il diritto dell’altro, con Cristo nel Nuovo Testamento (cfr. Mt 10, 39).
L’etica biblica è un’etica d’amore non tanto perchè in mezzo alle sue guerre e ai suoi complotti troviamo l’amore, quanto perchè è una «Etica della Relazione» nel seguente senso: il fedele è chiamato da Dio in persona a fidarsi di Dio, uscendo dalla terra del proprio sè per abitare un’altra terra, sconosciuta – la «terra promessa» – terra dell’Altro e di un altro, di cui ha imparato a fidarsi alla stregua di Dio (ciò però non significa che gli ebrei in vista de «La Promessa» debbano rubare la terra ai palestinesi!).

2 L’insistente richiamo magisteriale alla «koinonia» o all’amore “agapico” non intende incalzare la formazione di una comunità “psichica”, ma qualcosa di più profondo, sorgente di tutti gli altri buoni comportamenti cristiani, che è difficile definire. E’ comunione spirituale, inter e intraecclesiale, che forse trova l’immagine più esemplicificativa nella «cena del Signore»: lo stesso pezzetto di cibo entra e viene digerito da tutti, ma siccome è cibo divino, ecco che è esso stesso a divorare tutti. Poichè Dio è buono e conosce fino in fondo ciascuno dei suoi commensali, anche i suoi commensali, che si sono nutriti di Lui, si conosceranno tra loro, si ameranno, e saranno «una sola cosa». Da qui la «koinonia». «Poichè vi è un solo pane, noi siamo, benchè molti, un solo corpo» (1Cor 10, 17). Da qui «fare la comunione» che non è «fare comunità».

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Il fondamento RAZIONALE e DOGMATICO della Teologia Morale Cattolica

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La fede non la scienza o la razionalità è perno della «novità di vita» proposta da Gesù.

Ma se per la Chiesa «la ragione non è tutto», lo è allora la fede?

Non completamente.

Nei secoli successivi la venuta di Gesù, alcuni importanti dottori della Chiesa (ad es. San Tommaso, Sant’Agostino) hanno puntualizzato che la fede è razionale – e può essere “detta” attraverso la razionalità – tuttavia essa, precisano, è anche mistero! Quindi la vita di fede è entrambe le cose: razionale ed “irrazionale” insieme! Nel senso che non può esaurirsi nella ragione naturale e non può essere comunicata esattamente attraverso i modi e gli strumenti della ragione (libri, parole, esperienze).

I valori che si pongono a guida di ogni azione morale infatti non è sufficiente saperli, è necessario sentirli. La loro assimilazione – che costituisce l’ossatura di ogni personale Conoscenza Morale – non coincide con la semplice informazione: esige del tempo durante il quale il medesimo valore venga più e più volte riproposto e masticato, affinchè si sedimenti con sicurezza nella profondità dell’io (come con la pubblicità in tv!). DIETRO I VALORI PROPUGNATI DALLA CHIESA CATTOLICA NON VI E’ UNA RAGIONE INECCEPIBILE, VI E’ UN CAMMINO educativo (autonomo, liberamente scelto).

E c’è di più.

Anche quando sembrano esserci argomentazioni palesemente razionali a sostegno dei valori e dell’agire morale di una persona, queste non sono mai “pure”: molto spesso emergono da pre-comprensioni, condizionamenti culturali e persino neurologici di cui ben pochi uomini sono pienamente coscienti1, e se è vero quel che dicono alcuni teologi (ad es. Bernardo di Chiaravalle) – e cioè che l’uomo a causa del peccato originale è nativamente intriso di concupiscienza, oscurità ed errori – tutte le conclusioni della umana ragione non sono solo incomplete, ma anche strutturalmente inaffidabili.

La Teologia Morale Cattolica cerca di barcamenarsi tra due tentazioni opposte: quella di sviluppare una morale TEONOMA, cioè derivata unicamente dalla Sacra Scrittura (quindi ricevuta dall’alto), e quella di sviluppare una morale NATURALE, cioè desunta unicamente dalla intelligenza umana o saggezza popolare (quindi proveniente dal basso).

L’Etica Naturale verte sulla fiducia dell’uomo di poter vedere, scegliere ed operare il bene completamente da solo, separandolo dal male in maniera altrettanto sovrana e perfetta!2

L’Etica della Fede consegna invece un uomo fondato sul testo sacro per mezzo di una sacra istituzione, che ha espunto da sè l’incertezza propria di ogni ragione popolare, storica e naturale, ma integralmente diffidente verso le proprie capacità, quindi molto poco incline a valutare (e tantomeno scegliere) l’una o l’altra norma etica in piena autonomia. Egli si fida solo “del Libro” (o del Papa di turno), disprezzando «i laici».

Laddove nel primo caso abbiamo un individuo coraggioso e spregiudicato ma valorialmente volubile, nel secondo potremmo averlo impaurito, ma valorialmente più consistente e lineare.

La virtù dell’EQUILIBRIO impone ai cattolici di sviluppare una posizione di compromesso tra i due estremi – razionalismo e dogmatismo – coinvolgendo nella maturazione della propria etica personale le categorie di Natura, Ragione, Spirito e Rivelazione in proporzione adeguata, non dimenticando nel frattempo di coltivare l’Etica della Partecipazione anche ad un mondo secolarizzato che, per quanto irrimedialmente perduto appaia, può sempre contenere qualcosa di originariamente buono e rispettabile: le vive persone, con le loro ragioni e i loro sentimenti. Del resto quando la bibbia parla di «conoscenza della legge» (cfr. Rom 7, 1), malgrado le apparenze non si riferisce affatto ad uno speciale sapere teoretico, ma ad un sapere esperienziale che emerge nella coscienza allorquando si è adempiuta la volontà di Dio.


N O T E

1 La «Opzione Fondamentale» non è un processo psichico del tutto conscio. Con questa espressione la dottrina morale della Chiesa cattolica intende la predecisione – situata in un punto non sempre chiaro ma del tutto determinato della nostra storia personale – di finalizzare la propria esistenza al Bene/Dio, al male o a qualcosa di mezzo fra i due. Non stiamo qui soffermandoci su cosa si sceglie, ma sul fatto che il soggetto sta scegliendo qualcosa, perchè non può più ritardare una tale scelta spirituale. E’ questo sacro momento che pre-orienta e, segretamente, seleziona da quel punto in avanti tutte le circostanze che permetteranno alla morale che abbiamo già scelto, di venir fuori, trovando nella storia argomenti e giustificazioni. Si tratta di un “disegno di fondo” che conforma le scelte e gli atti morali verso l’idea di autorealizzazione immaginata. La «Opzione Fondamentale» non è ancora “eterna”, tuttavia una volta conseguita è molto tenace, stabile e coerente, e solo grandi esperienze ed acquisizioni successive possono mutarne il segno.

2 Il PRIMATO DEL SOGGETTO è sicuramente il fattore costitutivo della cultura occidentale, dall’illuminismo al transgenderismo, ma non è tutto oro quello che luccica! Il tentativo politico dei gruppi economici di ridurre a nulla i potenti Stati nazionali (e i popoli democraticamente organizzati sotto di essi), non poteva generarsi dal nulla, ma richiedeva un capovolgimento valoriale ed un deciso transito dal senso di giustizia (sociale) ad una eccitazione estrema per la libertà (privata). La «Etica Naturale» dove uomini tutti nella propria isola deserta scelgono liberamente cosa è Bene e cosa è Male come naturali monarchi, dunque, non è poi così “naturale”! E’ il prodotto culturale (ben riuscito) di un fine lavorio politico spalmato nell’arco di almeno 3 secoli.

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Teologia cattolica – Concezione deontologica VS teleologica della norma

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Dalla medesima azione possono scaturire più effetti, di cui alcuni positivi, altri negativi. In questo caso, qual’è la posizione morale del soggetto agente e della sua azione? E’ lecita? Se si, in che misura?

La Scolastica provvede allora, come di consueto, a spaccare il capello in 4, osservando che a causa della sua debolezza intrinseca è talvolta impossibile per l’uomo «fare tutto il bene» ed «evitare tutto il male»; in caso di duplici o MOLTEPLICI EFFETTI (buoni e cattivi) la sua attività rimane moralmente lecita se:

  1. L’effetto buono non è ottenuto mediante quello cattivo;
  2. Il soggetto morale intendeva in tutta onestà perseguire solo l’effetto buono e non quello cattivo;
  3. L’azione da cui è scaturito il DUPLICE EFFETTO è in se stessa buona od indifferente e non propriamente cattiva.
  4. Il motivo a monte dell’azione giustifichi e sia sottodimensionato rispetto alla gravità dei mali conseguenti.

Oggi la Chiesa ha superato un tale approccio.

In effetti, per poter definire come intrinsecamente disonesta un’azione, occorrerebbe valutare tutte le circostanze attenunanti o non attenuanti e tutte le finalità agite dalla persona, ma questo è pressocchè impossibile!

L’adesione al modello personalistico della morale rende dunque superfluo l’approccio scolastico/medievale alla morale, aprendo il passaggio da una concezione deontologica della norma, ad una teleogica in cui la norma non viene concepita come un oggetto rigido calabile in ogni contesto umano per “sistemarlo”, ma come una parola che prende senso e giustizia dai fini che la persona intesse in essa.

Una etica molto normativa e poco teleologica è incapace di specchiare le profonde potenzialità inscritte nell’umanità, e non può mai realmente aderire all’estrema varietà di un vissuto personale e sociale in relazione con altri vissuti.

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Teologia cattolica: le INTENZIONI dietro gli ATTI

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«ll dono di tutte le proprie sostanze è inutile se non è espressione di autentica carità» (1 Cor 13, 3), quindi la Scrittura sembra dire che le azioni virtuose, anche le più focose, in sè sono indifferenti: diventano valide solo se accompagnate dall’opportuna intenzione o consenso interiore. Tuttavia nella parabola del giudizio finale (Mt 25, 31) la bontà delle azioni compiute anche da non credenti parrebbe da sola essere decisiva per il destino eterno di un’anima. I benefattori della parabola infatti danno da mangiare e bere a Dio senza averne l’intenzione, eppure ciò viene loro accreditato come carità fatta a Dio personalmente. In questo passaggio della Scrittura l’intenzione sembra essere proprio irrilevante, ciò che conta è il gesto, la carità pratica!

Cosa credere, dunque?

Cosa trasferire nella «dottrina»?

La Chiesa cerca di risolvere il nodo gordiano parlando di “retta intenzione” e “retta azione”: in linea di principio vanno fatte le cose giuste per il motivo giusto, ma c’è merito nell’agire bene sbagliando l’intenzione iniziale (purchè l’opera finale sia buona), e vi è merito nel pensare bene sbagliandone la traduzione pratica (purchè l’intenzione iniziale sia onesta, pura).

Teologia cattolica – Differenza tra Principi, Valori, Norme, Regole, Leggi, Diritti

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Quando si parla di morale, si potrebbero usare gli stessi termini per indicare concetti fondamentalmente diversi. Ciò potrebbe generare confusione. La scienza morale cattolica prova dunque ad essegnare ad un preciso termine una ed una sola sfumatura di significato.

  • PRINCIPIO: è un “telos”, un fine ultimo molto generale e generico tuttavia essenziale, universale ed immutabile. I fini etici sono pochi e, normalmente, anche argomentabili.1 Possono essere semplici e difficilmente interpretabili (ad es. Vita, Libertà, Amore) oppure più esatti e costruiti: ad es. «ogni vita è indisponibile», «il matrimonio non è chiusura alla vita», «abortire è una colpa».
  • DIRITTO: è un principio applicato alla vita concreta di un insieme di uomini, affinchè sia difeso e non muoia nella società in cui praticamente vivono. Il “diritto” è un principio “materializzato” attraverso specifici e spesso numerosi accordi interpersonali, risente dunque di tutte le convenzioni in opera all’interno di una società ed assume infine veste giuridica.
  • NORMA: è una scrittura oggettiva che esiste per se stessa, ha origine fuori dalla coscienza individuale e opera a prescindere da essa. Norma e regola i comportamenti pratici degli uomini all’interno di situazioni storiche concrete e determinate e non vaghe o generiche. Viene redatta dall’autorità collettivamente istituita in un dato frangente storico-geografico, dunque, al contrario di un principio, la norma è tendenzialmente fragile, mutevole. Può essere N. religiosa, se l’autorità è religiosa; N. civile se l’autorità è civile.
  • VALORI: per mezzo dei valori, il principio si realizza e la norma svela il suo senso più profondo (le virtù cardinali e teologali della Chiesa cattolica rientrano in questa categoria).
  • LEGGE o “Norma Generale”: norma di rango superiore. Disciplina un insieme di situazioni storiche particolari, affini per natura, origine o caratteristiche.2
  • REGOLA o “Norma particolare”: norma di rango inferiore. Regola casi e situazioni umane molto molto specifiche.3

NOTE

1 I Principi Universali fatti propri dalla Chiesa cattolica non sono del tutto argomentati dall’umana ragione come in un manifesto politico, ma piuttosto necessitati dalla Sacra Scrittura! Tuttavia anche i Principi Costituzionali (leggi fondamentali o “prima parte” di qualsiasi carta costituzionale) potrebbero intendersi come «necessitati» da qualcosa: la storia di un popolo, gli eventi di lotta, i filosofi che hanno ispirato la “rivolta”. Sia in politica che nella Chiesa la ragione si mescola a vari eventi e libri per statuire i propri Principi Costitutivi, ma in una religione vuolsi unicamente il testo sacro come totalmente normante. Per questo motivo potremmo dire che l’Unione Sovietica che assunse il testo di Marx a suo unico fondamento, iniziò come “religione” ma terminò la sua esperienza come “politica” in senso proprio, giacchè in ultimo stravolse i contenuti di Marx per adattarli alle ragioni e ai capricci di uomini particolari giunti al potere.

2 Con la nota espressione “Legge Naturale” indichiamo qualcosa di diverso: un insieme di norme “naturali” nel senso di “desunte dalla ragione naturale” e presumibilmente scritte dalla ragione stessa nella natura di tutti gli uomini.
Con l’espressione “Leggi Positive” intendiamo un insieme di norme scritte da questo o quello Stato o comunità giuridica. Con “Leggi Religiose”, quelle leggi redatte dalla autorità non già civile ma religiosa di un popolo o cultura.
Di questi 3 tipi di leggi, solo due, quella “naturale” e quella divina, in certo quale modo “pre-esistono” all’uomo, ma solo la prima solletica i filosofi, dal momento che di quella “divina” contenuta nel testo sacro è facile rilevare l’orìgine storico-antropica. Delle leggi “di ragione”, invece, non se ne capisce mai bene la fonte, essendo appunto “naturali” cioè uguali in molti uomini anche di paesi e tradizioni diverse.
La bibbia non parla in nessun punto di “leggi naturali”, tuttavia i padri della Chiesa ne assorbirono la nozione dalla cultura greca riversandola indirettamente nella riflessione cattolica, che ne risente ancora oggi.

3 Ciò che nasce per aderire a circostanze molto specifiche e determinate, logicamente non può essere adatto a gestire circostanze più generali o diverse. Quindi, mentre un principio può essere valido per tutti e ritrovato dappertutto, una norma (legge o regola) non dovrebbe mai risalire per disciplinare ogni cosa a causa della sua origine e del suo scopo che è prettamente storico-sociale, non già universale.