Teologia cattolica: storie di Coscienza

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La teologia morale cattolica assume come dato “scientifico” che la coscienza non possa essere detta usando un linguaggio scientifico ma adoperando invece un linguaggio evocativo.

La Chiesa cattolica ha smesso o non ha mai iniziato a trattare la coscienza come “struttura” empiricamente sperimentabile, manipolabile o penetrabile. Sicuramente essa è riflessione e sinderesi1, ma se parole dobbiamo usare per descriverla, la più capiente è quella di “luogo”: il luogo in cui ci si incontra con la voce di Dio. E come molte delle cose che riguardano la vita intradivina, anche la coscienza troverà il luogo terminale del suo viaggio nella parola «mistero»2 (teologicamente inteso).

La cultura occidentale parla spesso di «coscienza creativa», intendendo con questa espressione una coscienza che si fa da sè, sovrana e normante. Naturalmente, tutte le norme che da essa discenderanno saranno fatte a immagine e somiglianza della coscienza stessa.

Per la Chiesa cattolica, invece, la Coscienza non inventa e non crea le leggi PRIME3, le ascolta!

«La Coscienza» è «La Voce» si, ma non propriamente di Dio, bensì della parte più profonda (e talvolta segreta) dell’uomo che ascolta Dio il quale Dio parla anche razionalmente. Di conseguenza anche la coscienza umana diventa razionale, “normata”. Dunque la Coscienza è luce si, ma riflessa. Si può paragonare ad un suono che pronunciato in una valle entra in una caverna rimbalzando entro le sue pareti ed uscendone diverso, poichè si è conformato alle pareti e alle stalattiti e stalagmiti presenti dentro la grotta.

La voce di Dio, pertanto, non giunge a noi pura, ma come un eco modellato su quel che si è e quel che si tiene nelle profondità del cuore. Le leggi naturali e della grazia provenienti dallo Spirito Santo possono essere recepite in maniera più o meno distorta: nei soggetti particolarmente “puri” o “vuoti” da strutture psichiche ingombranti (santi?), la rivelazione giunge certamente più nitida e chiara, ma una certa “contaminazione” è organica. D’altra parte Dio non pretende la perfezione!

Quando la strada è dubbia, possiamo aspettare che la nebbia si diradi e che la coscienza aumenti: gradualmente e dando tempo al tempo, con pazienza, possiamo arrivare alla vera luce, cioè ad un grado di certezza almeno un pò superiore che pian piano ci libera da eventuali fraintendimenti iniziali. E solo allora agire. In effetti la Chiesa solo attraverso molti sinodi e coincilii “depurò” il grande messaggio evangelico, restituendo soltanto dopo duemila anni un corpo dottrinale molto più puntuale rispetto a quanto originariamente contenuto nel Vangelo in forma di massime generali, inviti, esortazioni, racconti, parabole etc. Il buon esito di questo lavoro presuppone una precedente buona educazione od opportuna formazione.

Non tutte le coscienze sono uguali, e non tutte sono predisposte all’ascolto in egual maniera: alcune sono molto umili, altre meno; alcune sono più raffinate ed attente anche ai sospiri, altre meno; alcune hanno il gusto per i testi sacri e le letture edificanti, altre meno. In breve, alcune sono pronte e ben formate, altre no, dunque le medesime illuminazioni ed ispirazioni simmetricamente sparse dal Creatore, Primo Legislatore, nello stesso momento in tutto il cosmo, appaiono in effetti in tempi diversi nelle diverse coscienze nei diversi mondi, in base alla maturità della formazione spirituale singolare o collettiva che può avere motore interiore (caratteriale, privato) od esteriore (sociale – scolastico, televisivo, istituzionale). Ciò che in un ciclo non viene colto da un’anima perchè chiusa d’orecchi, può essere ap-preso dalla stessa anima nel ciclo successivo (dopo alcune altre esperienze formative nella storia).

Vincibili o invincibili possono essere le circostanze ad origine della “ottusità” o «cattiva formazione» o malformazione di una coscienza:

  • Il soggetto è cresciuto nella “grotta di Platone” e non conosce altri mondi possibili al di fuori di essa: il luogo nel quale vive è buio e non è quello reale fuori dalla grotta, ma le sue percezioni sono oneste e i comportamenti e le conclusioni etico-razionali da tali percezioni risultanti, sono sempre formalmente corrette nonchè oggettivamente comprovate dall’esperienza: la sua.
  • Il soggetto è stato liberato dalla grotta ed ora grazie agli studi filosofici sa che è possibile vivere sia al buio che alla luce. Ma purtroppo tale raffinata cultura, scienza e filosofia non basta per rendere civile tutta la civiltà cui appartiene, ai cui crimini si associa ogni giorno senza la benchè minima consapevolezza di perseguire ordinariamente autentici crimini (ad es. antica società romana pedofila, schiavista; carcerieri e soldati che crocifiggono Cristo semplicemente per lavoro; israeliani che trucidano palestinesi a peso e a contratto per «difendere la patria»).
  • Il soggetto vive all’aperto e sotto il sole, guarda la Verità faccia a faccia – non è più per lui segreta – ma non riesce ad amarla abbastanza. Nel frattempo il sistema filosofico-sociale cui appartiene addirittura premia le azioni contro il bene. Per paura di perdere onore e prestigio o desiderio di incrementare i privilegi acquisiti in società, persevera negli atti contro Dio o se ne disinteressa completamente lasciando la Verità a se stessa, sicchè Il Giusto morirà (ad es. Pilato, Eurocrati, fondamentalisti del «Libero Mercato»).
  • Il soggetto ha un sè fragile, anagraficamente piccolo o psicologicamente debole, incapace di elaborare e difendere una etica propria (ad es. bimbo che imita od obbedisce al padre che spaccia).
  • Il soggetto ha un sè adulto e sviluppato, pienamente razionale, ma – forse a causa di una storia emotivamente tormentata – rifiuta ritiri solitari o di gruppo, insegnamenti, guide e persino segreti esami di coscienza che possano rimettere in discussione le conclusioni a cui la propria morale un tempo approdò. Prediche su Cristo e lo Spirito Santo che «comunica dall’interno della coscienza quello che dobbiamo dire e fare», non funzioneranno granchè. Sono già persone interiori! Ma con una sensibilità grande e ferita. La conversione richiederà eventi o testimonianze ancora più grandi.
  • Il soggetto ha problemi neurologici che gli impediscono biologicamente di capire e/o correggere la propria condotta morale.

Al momento dell’ascolto e ricezione chiara e nitida del messaggio divino – segue il momento della scelta («devo seguirlo o è meglio di no?»), e fatta la scelta – superato questo secondo difficile momento – segue una fase terza solitamente più lenta e complessa tesa a tradurre quella decisione intima e spirituale in atti concreti o norme di vita pratica nella spesso confusa e pesante realtà materiale circostante. E’ la fase della prova, quella in cui si è chiamati ad assumersi la piena responsabilità della decisione presa. Molti a questo punto scoprono di non avere abbastanza “soldi in tasca” per pagarne tutte le conseguenze. Non sempre infatti la virtù è gratuita! Tutto era iniziato con il semplice ed umile gesto dell’ascolto. Bene! Ma solo l’ascolto, nella vita del cristiano, come abbiamo visto, non basta: il comando di Dio è una voce/norma che chiede incarnazione storica nelle private coscienze parimenti ai fatti. Se ascolti e hai imparato a discernere il bene dal male e vedi bene e valuti bene ogni cosa ma non agisci bene, la vita di fede è incompleta, immatura, e persino «morta»4.

NOTE

1 …dal greco «SYNDERESIS». E’ il processo di “ripescaggio” di idee innate, che Platone chiamava «anamnesi». In ambito morale si traduce in una intuizione veloce, non ragionata ma esatta dei principi primi, di ciò che è bene e di ciò che male.

2 Cfr. GAUDIUM ET SPES, punto n.16

3 Le leggi “prime” sono quelle da cui discendono tutte le altre, e non è detto che siano note o scritte da qualche parte!
Ad esempio, le leggi positive sono quelle che si dà una comunità attraverso una Costituzione per autoregolarsi, e non è detto che debba regolare proprio tutto, pena l’essere autoritaria. Le leggi di naturasono quelle “della ragione”, ma sarebbe ben strana una Costituzione che enunci il diritto ad amare e ad essere amati, di odiare o non odiare; quando essere felici o infelici. Tali leggi di valore etico potrebbero essere più opportunamente colte da un serto di leggi religiose, ma di solito tendono a legarsi chimicamente ad un contesto e periodo storico dato, scoprendosi inadatte ad essere adottate da un presente sempre mutevole: non sono dunque “riciclabili”, socio-sostenibili nè “biodegradabili”. Le leggi “prime”, al contrario, sono quelle veramente “sacre”, e come tali non sono redatte una volta per tutte. Vengono “lette” dalla coscienza quando serve.

4 «La fede senza le opere è morta» (cfr. lettera di Giacomo 1, 27); «non chiunque mi dice “Signore! Signore!”» (Mt 7, 21); «l’albero buono si riconosce dai frutti che porta» (Gv 15, 1).

Il “Soggetto Morale” nella teologia cattolica

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Per l’odierna Teologia Cattolica un comportamento è “morale” se e quando il soggetto agisce razionalmente. La razionalità per il magistero è strumento imprescindibile affinchè la coscienza personale possa comprendere (e fare propria) una norma.

Se l’uomo applicasse una norma d’istinto o per cause emotive, il suo comportamento potrebbe dirsi “giusto” oppure “sbagliato” (in base alla natura della norma), ma non potrebbe dirsi realmente “morale” e per certi versi neppure totalmente “umano”, poichè dietro non vi sarebbe una propria scelta razionale, riflettuta, meditata, selezionata e condivisa con tutta la pienezza del proprio spirito e della coscienza più alta ma, appunto, soltanto un’istinto, una primitiva emozione.

Per l’odierno magistero cattolico, quindi, esistono 2 tipi di atti: l’ATTO MORALE o “UMANO”, il cui fondamento è la Ragione e la Libera Volontà (ovvero la comprensione razionale dell’atto e la scelta totalmente consapevole di conseguirlo); e l’ATTO SEMPLICE o “NATURALE” (o «dell’uomo naturale»), il cui fondamento è l’irrazionalità, la bieca emozione, la pancia1 [questa distinzione fu per primo posta da San Tommaso e successivamente ripresa dalla Scolastica medievale].

Non tutti gli atti umani sono dunque della stessa specie: alcuni sono del tutto naturali come mangiare bere e dormire, altri molto più liberi e consapevoli, come pregare, studiare, dialogare. Sintetizza il magistero:

L’agire dell’uomo, se non è razionale,
non è etico!
Senza la Libera Volontarietà
nessuna azione, anche se giusta,
potrà dirsi moralmente completa

Un comportamento che sembrasse “immorale” a tutti – e che lo fosse davvero! – dal punto di vista esclusivamente accademico potrebbe dirsi ugualmente “morale” SE pensato e scientemente voluto e deliberato dal soggetto agente, il quale acquisisce lo status di Soggetto Morale” se ha la libertà di compiere una Scelta, e se opera questa scelta.

Da questo punto di vista l’uomo che in coscienza piena e libera ha fatto un’azione cattiva, benchè senza dubbio «cattivo», ha comunque esercitato una MORALE (la propria) e ha fatto una Scelta Morale, quindi può con diritto fregiarsi del titolo: “Soggetto Morale” (Negativo). Resta una persona! (negativa).

Ancora: l’istinto e l’emotività, in quanto puri riflessi comportamentali, non conferiscono merito demerito nè consistenza spirituale a nessuna azione umana.

Per la Chiesa basta soltanto che l’uomo scelga in maniera pienamente cosciente tra 2 o più vie, per dire che esso è «Soggetto Morale» anche se poi imbocca la via sbagliata! Perchè? Perchè ci fu un tempo in cui egli, comodamente nel suo divano, dopo aver riflettuto giorni interi, prese una decisione, ciò che lo distingue dagli animali, i quali non possono dirsi “Soggetti Morali” pari all’uomo perchè malgrado ogni eventuale bontà intrinseca alla loro natura, non operano o non possono operare Scelte filosofiche totalmente convinte (o lo fanno molto poco). Essi agiscono sempre per istinto, il quale, in quanto naturale, è formalmente buono e mai tacciabile di “cattiveria” anche quando accidentalmente lesivo verso un povero bambino.

L’azione cattiva dell’uomo, invece, in quanto dotato di coscienza più profonda, ha una profondità maggiore, ed in quanto moralmente ripugnante è più meritevole di biasimo rispetto alla medesima azione compiuta da una bestia senza senno e senza ragione.

Una rieducazione dell’uomo sarà molto più difficile che con un qualsiasi altro animale, perchè necessiterà dell’apporto di motivazioni filosofiche e spirituali sofisticate, ciò che al riaddestramento di un cane non è necessario portare. Ne evinciamo pertanto che il cattolicesimo non recepisce gli atti morali e la moralità come dati di fatto ereditati dalla natura, ma come costruzioni storiche; essi sono il prodotto di un percorso interiore in cui l’intelletto si è confrontato poche o molte volte con la Libera Volontà2 e la propria personale profondità psichica negli infiniti processi di una società reale per generare infine vera umanità. In altri termini, se si compie un atto virtuoso ed etico naturalmente – cioè per abitudine, inclinazione fisiologica od ottima educazione infantile – bene, ma se invece esso è il frutto di una faticosa scelta interiore dopo molte scelte sbagliate, va bene lo stesso! L’uomo, sia nell’uno che nell’altro caso, avrà esercitato la sua umanità e, compiendo una Scelta, reso onore a Dio.

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NOTE

1San Tommaso che per primo nella storia filosofica occidentale rileva questa differenza, non definisce “semplice” l’atto irriflesso, istintivo, “animalesco”, ma lo chiama “naturale” per distinguerlo da quello più nobile: “morale”. Non adotteremo qui precisamente la sua terminologia, ma soltanto la sua analisi, esplicitandola con termini lievemente diversi, giacchè oggi darebbe adito a confusione: è infatti logico oggi definire “naturale” tanto l’uomo che non ragiona bene ed agisce d’istinto, quanto quello che infonde piena coscienza spirituale ad ogni suo atto e scelta. Non chiamarlo “naturale”, presterebbe il fianco da parte dei sinistri e dei gretini, all’accusa di «discriminazione» e quindi, danto tempo al tempo, alla censura dei libri di San Tommaso & company.

2Diversamente da come sembra, la libertà non è data una volta per tutte. Non ci è consegnata nelle mani come la patente di guida all’età idonea. Per avere la libertà serve liberarsi dai condizionamenti di nascita, prima, dell’infanzia e dell’adolescenza, dopo, e dei condizionamenti socio-culturali più grandi ed invisibili, infine. La vera libertà, quindi, è anch’essa frutto di un percorso di liberazione che non tutti possono essere in grado o aver voglia di intraprendere. Non poi tutti i percorsi di liberazione sono identici ed equivalenti: la libertà da è destinata ad autonegarsi (culmina nel liberarsi da se stessi); la libertà per si afferma come libertà quando diventa libertà per amare.

Teologia cattolica: “Etica” e “Morale” sono la stessa cosa?

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Etica e morale non sono sinonimi.

Con il termine “morale” comunemente si intende una “morale particolare”, cioè di un luogo o una cultura particolare, di un territorio geograficamente limitato; la morale è l’etica di un popolo preciso e determinato, e può esssere l’originale frutto spirituale di un insieme di tradizioni locali.

Invece con il termine “etica” comunemente si intende la morale trasversale a tutti i luoghi e a tutte le culture, ciò che è comune o superiore a tutte le tradizioni locali.

Possiamo dunque dire che la Morale è una “etica particolare”, e l’Etica è una “morale universale”.

Certa teologia cattolica, tuttavia, intende ricondurre ad uno i 2 piani di cui sopra, antropologico e filosofico, terrestre e celeste, e perciò utilizza i termini “morale” ed “etica” come sinonimi.

Pertanto, quando in ambiente ecclesiastico si parla di «teologia morale» si può anche intendere “etica cattolica” o “teologia etica” o “etica della teologia cattolica”.

Se la teologia definisce ciò che Dio è – e l’antropologia ciò che l’uomo è, l’etica definisce ciò che l’uomo è chiamato a diventare. La teologia etica cattolica ce lo dirà dal punto di vista biblico.

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