Permacultura & Economia: linearità e complessità nella corsa al PROFITTO

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Con l’aiuto della tecnologia il City System degli ultimi anni tenta disperatamente di ridurre e semplificare la complessità umana, della storia e delle nazioni, al fine di rendere più veloci ed efficaci le strategie di accumulo ed investimento, uso ed abuso del capitale.

È sbagliato?

Come sempre, in medio stat virtus (“la virtù sta nel mezzo”).

Ma il movimento della permacultura purtroppo pare fatto soltanto da anarchici i quali potrebbero non capire la delicatezza dell’equilibrio sopra suggerito, sicchè per lo più optano per una processione tranquilla nel caos di quei pochi ambiti da cui la permacultura può o dovrebbe attingere un immediato profitto: principalmente…

  • La Produzione e commercio di Cibo
  • Il Turismo Rurale
  • Il Piccolo Artigianato

Ad un mondo negoziale totalmente disperso e frammentato in cui persino fra gli atei vige la regola “Ognuno per se e Dio per tutti” – regola tipica della società occidentale e a quanto pare anche della permacultura urbana – la permacultura ORGANICA oppone un modo più coeso e appunto più organico di realizzare i profitti: LA PARTITA IVA DEVE ESSERE UNA NON MOLTE. LA DEVONO PAGARE TUTTI NON UNO. Il progetto di lavoro deve essere uno per tutti.

“Scusa, tutti chi?”

Tutti i membri della GILDA LOCALE.

Costituire un ecovillaggio o meglio un C.E.R.E.L come associazione anche economica, è un modo per semplificare l’avvio di mondane attività economiche da parte dei membri meno “furbi” o più “deboli” e imbranati che possono essere molti e NON SI DEVONO VERGOGNARE DI ESSERLO (sono diversamente abili). Inoltre, ciò produrrebbe direttamente “famiglia” ovvero un solo reddito “ufficiale” che sarà diviso tra i lavoratori senza litigare SE AVRANNO PERMACULTURA.

In altre parole, tutti i permacultori praticamente sanno di non avere la permacultura necessaria a non cavarsi reciprocamente gli occhi dinanzi a qualche spicciolo, quindi oggi il mondo della permacultura locale anziché compattarsi in una ed una sola associazione lavorativa locale, preferisce insistere astutamente sulla “cultura della responsabilità e “l’autonomia dei singoli permacultori”.

Ma perchè?

È stato già detto. Perche quel lavoro di permacultura “interiore” che chiede rispetto e convergenza reciproca anche e soprattutto negli affari economici, sporchi e snervanti per natura, è troppo difficile, è troppo oltre le umane forze.

Ed il branco non si fa gruppo

L’idea di fondo, da buoni occidentali anch’essi, è che la permacultura ama la “libertà” e la “indipendenza”, laddove una associazione determinata con statuto determinato quindi con regole determinate – anche quando autocostruite (e votate) – impedirebbe il “fluire”, lo “scorrere”, la “spontaneità” dell’essere e del mutare.

Per questo tipo di permacultori il sole dovrebbe di quando in quando cambiare il suo giro in cielo, per non annoiarsi nei miliardi d’anni di vita che ha davanti a sè.

Cambiamo approccio!

Una idea di base della permacultura ORGANICA in fatto di economia, è che un sistema frastagliato di nicchie di vita indipendenti garantisce l’etica sociale (un tale bannato da una parte potrà trovare ricetto, rispetto e amore da un altra parte se il sistema sociale è correttamente frammentato). Ma la decentralizzazione non deve essere assoluta e ricercata per sè stessa: il principio di centralizzazione delle funzioni integrato solo parzialmente nelle dinamiche di gruppo – ovvero soltanto in ambito C.E.R.E.L – potenzia la collettiva rincorsa al necessario denaro e al profitto, perché nessuno sarà lasciato indietro.

Un processo economico lineare e non complicato dall’esistenza di troppi margini e nicchie, può essere manipolato assai meglio. Ma se il “manipolatore” esercita il suo potere (la sua “leadership”) su un numero standardizzato di membri – e se il gruppo lo controlla direttamente attraverso libere elezioni – quanto spazio c’è per gli abusi? In verità, nella maggior parte dei casi, ci sarà solo guida.

Pubblicato da

Alshain

Quando un sistema non funziona, bisogna cambiare

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