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Permacultura & Filosofia: Immobilità e Trasformazione

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A partire dal preciso momento in cui una cosa nasce e comincia ad essere usata, ecco che comincia anche ad essere usurata, per finire nell’immondizia (al cimitero nel caso degli uomini).

I sistemi permaculturali cercano di trasformare questo apparente “blocco” in quel che veramente è: un ciclo.

La legge in natura
è la legge del cerchio!

Solo in un laboratorio di sintesi farmaceutico-industriale, i processi operano in maniera rettilinea (rendendo un preciso output a seguito di un preciso imput).

In un ecovillaggio, invece, si diffida dalle logiche chiuse e autoreferenziali, monodirezionali, e ci si sforza di convertire non solo l’oggetto ma anche la sua funzione a “vocazioni” sempre diverse e creative. In breve, si fa un uso intelligente delle “risorse”. Così gli scarti di cucina si preferisce trasformarli in compost o gas; la cacca in concime o cibo per funghi; le acque grigie in acqua di irrigazione; le erbacce in erbacce della migliore qualità per pascolo o pacciamatura; le foglie cadute sotto gli alberi, in pacciame, e così via.

Se poi pensiamo che il sacro compito della produzione del cibo (agricoltura) è vincolato alla produzione di escrementi1 animali e rifiuti provenienti dal settore appresso, risulta chiaro come sia “tutto connesso”.

La cultura occidentale con la cultura del riciclaggio sembra orientarsi in questa direzione, ma in realtà è talmente imbranata che sbaglia anche quando predica cose ottime e pie: ad esempio, dando per scontata la presenza di una fonte onnipotente di energia (il petrolio, il sole, il vento, le braccia umane, la umile condiscendenza dei popoli etc), propugna il riciclaggio delle bottiglie di vetro mediante raccolta differenziata. Bene! Eppure riciclare in questa maniera una bottiglia di vetro richiede grande energia da parte del centro smaltimento rifiuti per fondere il vetro e ottenere una nuova bottiglia, o forse pensiamo che le bottiglie si riproducano per partenogenesi? E se il petrolio finisse, il pannello fotovoltaico si bruciasse o finisse per costare troppo? Non sarebbe allora meglio ingegnare la società nel riutilizzo della bottiglia, piuttosto che nel suo riciclo?

«Ugo Vallauri vive all’estero dal 2006, ma l’idea di puntare sul riutilizzo gli è arrivata dall’Africa, dove è stato per quattro anni per motivi di lavoro. Lì ha scoperto che gli oggetti hanno una vita infinita rispetto a quello che succede nel nord del mondo. E gli strumenti sono l’inventiva e la necessità di arrangiarsi. «L’ispirazione me l’ha data un tecnico di Nairobi, in Kenya, che ripara telefoni da oltre quarant’anni. Quando gli ho detto che il mio cellulare rotto in Europa lo avrei buttato, non ci voleva credere. A noi costa meno comprarne uno nuovo, ma per loro è un discorso che non ha senso». [Vi è] un consumismo ossessivo in Occidente che però comincia a non essere più sostenibile in un mondo che deve trovare alternative. «Anche la raccolta differenziata – ricorda Vallauri – spesso è un modo per scaricare le responsabilità e farci credere che se buttiamo riciclando non succede niente. Ma si tratta pur sempre di rifiuti che si accumulano e inquinano il nostro ambiente».

by Il Fatto Quotidiano, 2 maggio 2013

Il principio di riutilizzo delle risorse non è mai stato il vanto dell’economia moderna, la quale prospera se un consumo dissennato prospera.

Nell’antica civiltà dell’USA E RIPARA si era abili costruttori; nell’attuale civiltà dell’USA E GETTA si è barbari distruttori; nella nuova civiltà dell’USA E RIUTILIZZA si è sofisticati ingegneri. Ma per arrivare a questo non serve la propaganda gretina, serve verità.

L’Occidente utilizza e riutilizza senza sosta modalità d’azione scorrette, sorte da sentimenti e ragionamenti scorretti, ma il “gioco” in qualche modo funziona! e il gioco del monopoli ha quelle regole e non altre; se cambiasse regole, sarebbe certo un altro gioco e non si chiamerebbe più “monopoli”.

Siamo certi che l’Occidente
abbia deciso di giocare
a un altro gioco?

Un imprenditore agricolo che dà per scontate manodopera e trebbiatrici, assume squadre di schiavi e trattori per mandare avanti la propria fattoria occidentalizzata, quando è ormai assodata l’insostenibilità ecologica di queste pratiche. Bisognerebbe solo informarsi, ma l’imprenditore non può aver voglia di informarsi bene: vede abbondanti flussi di rumeni disperatamente bisognosi di lavoro (soldi) da una parte, e di petrolio dall’altra (seppur a caro prezzo). Perchè cambiare strategia di lavoro, quando logicamente il vecchio lavoro potrebbe con un po’ di fortuna andare avanti all’infinito, o rendere qualche quattrino ancora per un’altra stagione? Così si tira avanti anno dopo anno, per secoli sotto lo sguardo pietoso di angeli e santi che sempre pregano perché la fortuna del buon contadino si rinnovi come la primavera.

La società si è ormai inceppata in taluni meccanismi che poco hanno a che fare con l’efficienza e la scienza, e l’unico ostacolo al cambiamento di paradigma, è soltanto L’ABITUDINE.

Scrive David Holmgren:

«Ricordo una discussione con una compagna di viaggio su un affollato volo di lavoro da Sydney a Melbourne, nel 1990, che illustra bene il concetto: stavo meditando sul bilancio energetico del mio viaggio in aereo da Victoria a Orange, nel North South Wales, per un seminario di due giorni di relatori al primo corso post-laurea di agricoltura sostenibile in Australia. La donna seduta di fianco a me tornava da Sydney, dove si recava ogni giorno per vendere computer a piccole aziende. Questo era il suo lavoro. La donna ammise candidamente che l’apparecchiatura che vendeva non aveva grandi vantaggi rispetto a quella di marche rivali, e che le componenti erano in pratica uguali, perciò – a parte il fatto che questo le permetteva di guadagnarsi da vivere – non valeva proprio la pena di recarsi a Sydney. La sua laurea in matematica aggiungeva spreco allo spreco; quel viaggio rappresentava, quindi, oltre a uno sperpero di risorse naturali, anche uno spreco di risorse umane».

A un primo livello la permacultura si occupa di piante, animali, edifici e infrastrutture, ma a un livello più alto ed astratto la permacultura è l’arte di tessere relazioni UTILI e intelligenti.

Ora, il primo bene che la società occidentale utilizza in modo inappropriato è nientemeno che noi, gli uomini!

La complessità delle relazioni culturali, sociali ed economiche del mondo cui apparteniamo, raggiunge il sommo dell’inconcludenza quando un insegnante universitario finisce per battere scontrini alla cassa di un supermercato. Quando sforna 4 aspiranti cantanti pro-capite, quando instilla a scuola ed in tv culture inorganiche e delocalizzate, e quando pur salmeggiando da mane a sera contro lo spreco, non riesce a mobilitare il capitale storico di un popolo e di una nazione che resta congelato in qualche conto in banca in mano a banchieri senza regole né coscienza, malgrado i produttori reali di quella ricchezza – gli umani che lavorano – sarebbero stati tutti frementi di attivarsi finalmente in qualcosa di bello, buono e renumerativo per tutti. Se solo il potere, gli Stati e le tv avessero proposto loro forme decenti di vita, lavoro, sogno e progetto! Invece della nuova lacca per capelli!

Un mondo disinteressato all’umanità, se produce, cosa produce… veramente?

Certamente non quello cui è vocato.

La maggior parte delle misurazioni standard della produttività del pianeta è inadeguata perché dà importanza a valori, numeri e processi validi solo per poche entità (statuali o private) e una piccola selezione di esse (“City System”).

Noi permacultori abbiamo bisogno di un diverso metro di misura, per orientare la nostra pratica quotidiana. Abbiamo bisogno di una permacultura sociale che sia veramente alternativa, non accordata al drago rosso.

Noi, con la nostra impreparazione accademica ma con tutta la ragione naturale che possediamo in corpo, possiamo solo cominciare col dire che un sistema sociale migliore richiede la gestione più che la scoperta o immissione di nuove strabilianti fonti d’energia.

Noi, continueremmo col dire che un sistema maturo produce merci che sono anche dei beni.

Noi, finiremo col dire che a ciclo energetico concluso, un sistema permaculturale ha conservato tutto il conservabile, utilizzato tutto l’utilizzabile, eppure rispetto all’inizio si ritrova maggiore energia disponibile! Esso in qualche modo ha aggirato la ferrea legge dell’entropia (“tutti i sistemi naturali avanzano gradatamente verso uno stato di maggiore disordine”).

Nel concetto di RIUTILIZZO si nasconde il segreto di questo apparente “miracolo”; svilupparlo compiutamente – per quanto facile lo facciano sembrare le pubblicità progresso – non è semplice, poiché:

...non «il migliore» utilizzo di una risorsa implica un uso efficiente della risorsa, ma il suo miglior adattamento contestuale alle esigenze sempre variabili delle comunità locali, implica un uso efficiente della risorsa.

Andando sul pratico, ingombranti pezzi di legno possono essere rapidamente bruciati e con la cenere possiamo farne un eccellente concime per piante, da conservare in una busta sotto il lavandino. Tuttavia, se ho già qualche sacco di letame nelle stalle o delle mucche in pascolo dal mio vicino, non era meglio trasformarli in qualcos’altro? Così, abbiamo riciclato senz’altro costruttivamente la nostra eccedenza di legno, ma in maniera poco funzionale rispetto al contesto di appartenenza. Ora è inverno e mi accorgo di avere in magazzino più cacca che cibo per le stufe. Patirò il freddo. Tutta l’energia di cui ho bisogno, in verità, l’ho interamente in casa senza pagare 1 euro, ma è immagazzinata in una forma sbagliata (!): buste di cenere.

Lo stesso accade nel mondo (sbagliato).

Nel bosco, nelle piante, nel sole, negli animali, nella terra e nell’umanità abbiamo sempre tutto ciò che giova a noi e al sistema per sussistere ed auto-perpetuarsi nel più comodo dei modi, ma sta a noi e solo a noi vedere le reali potenzialità di ogni cosa ed esaltarle e sfruttarle e trasformarle efficacemente. Per fare questo, alla luce di quanto appena spiegato, non si può però pensare che un capo politico assiso tra le nuvole sopra di noi emani ricette e soluzioni ottime per tutti i mondi: il mondo reale concreto che chiede aiuto lo vedono i nostri occhi, non i suoi!

Se tentassimo di creare case, ecovillaggi e paesaggi utilizzando un punto di vista strettamente “oggettivo”, superiore o “scientifico”, elaboreremmo progetti maldestri e non funzionali, perché tutti i sistemi viventi sono qualcosa di più e di diverso della semplice somma delle loro parti. Sono materializzazioni dello Spirito Loci.

E’ compito di ogni comunità – come una piccola cellula – gestire sapientemente il proprio singolare ambiente circostante, catturando, conservando e utilizzando al meglio-per-come-si-rivela-nel-contesto-locale, i flussi energetici prima che essi degradino in forme di sempre più difficile usabilità per divenire infine indisponibili all’uomo. La natura, da questo punto di vista, è più precisa di un esattore svizzero. Farà pagare caro ogni ritardo, malgrado ogni incolpevole ignoranza.


N O T E

1 Non tutti gli escrementi sono uguali! Quelli provenienti dagli allevamenti intensivi di tipo occidentale, vengono classificati dalla normativa italiana come ‘rifiuti speciali’ in quanto la grande energia richiesta per il loro smaltimento, impedisce a questi di porsi come fondamento di qualsiasi agricultura (“agricoltura naturale”). Quando invece l’escremento è prodotto da allevamenti ottimamente integrati ai cicli ecologici del territorio, ritorna ad essere il principe dei fertilizzanti organici, valido aiuto di un’agricoltura organica. Coltivazioni industriali destinate a servire il mercato vegano, producono anch’esse ‘rifiuti speciali’.

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Quando un sistema non funziona, bisogna cambiare

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