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Isola di Gunkanjima – Nagasaki, Giappone
All’inizio del ‘900, la piccola isola di Gunkanjima (meno di 1 km quadrato) – conosciuta anche come “Midori nashi Shima”, che significa “isola senza verde” – fu sviluppata dal punto di vista edilizio dalla Mitsubishi Corporation, giacchè l’isola si scoprì che poggiava su un grande giacimento sottomarino di carbone.
Ma i giapponesi non volevano andarci a lavorare, così vennero “importati” operai dalla Corea ed ivi costretti ai lavori forzati (alla moda degli americani con gli africani nelle piantagioni di zucchero).
Fu così che nacque il “karma negativo” di Gunkanjima, esponendosi ad un lento, inesorabile, riequilibrio storico.
Quando sarebbe sopraggiunto?
Per i cento anni successivi la miniera alimentò l’espansione industriale del Giappone, e la fortezza sull’acqua prosperò gagliardamente. Furono costruiti complessi di appartamenti sopra complessi di appartamenti, creando nel tempo un labirinto di edifici collegati da cortili e balconi, corridoi e scale.
Sorsero scuole, ristoranti e case da gioco, perché l’uomo è un essere sociale, e sperduto in mezzo al mare non gli resta che autorganizzarsi con altri per alleviare l’esistenza.
Ma all’origine vi era una costrizione, non una scelta di vita
Incredibilmente, verso la metà degli anni ’50, un solo kilometro quadrato di terra ospitava quasi 6.000 persone, raggiungendo la più alta densità abitativa che il mondo avesse mai conosciuto.
Poi il carbone finì.
La Mitsubishi chiuse la miniera e tutti se ne andarono.
Gli edifici iniziarono a creparsi, i vetri a rompersi, i cortili a riempirsi (finalmente) di verde. La brezza marina oggi fustiga tutto entrando dalle finestre rotte in camere un tempo riscaldate dal respiro umano. Ma son passati cinquant’anni, e la città fantasma in mezzo al mare è ancora lì, in piedi, a guardar le stelle.
L’insegnamento per la permacultura
L’esperienza di Gunkanjima è una raffigurazione plastica del concetto di cui in una pagina precedente si sintetizzava scrivendo: “1 Comunità 1 Cuore”.
Il “cuore” della comunità di Gunkanjima non era nè una fabbrica né una rete di servizi speciali, ma qualcosa di abbastanza simile: una miniera. L’esportazione di carbone garantiva l’afflusso in loco dei soldi prodotti da una banca centrale lontanissima: la comunità locale estraeva quindi da un bene locale molto presente e molto ben quotato altrove, i soldi necessari, e lo reinvestiva all’interno costruendo scuole, nuove camere e case da gioco.
Ma in fondo tutto era lì a causa di un abuso storico che tutti avevano ormai dimenticato. Eccetto la Storia.
Quando la miniera chiuse, neppure i vecchietti pensionati della madrepatria vollero stare lì – tantomeno la classe ricca di ereditieri di una nazione – sicchè invece di diventare un “paese-bomboniera” sul mare, diventò un nuovo Regno della Luna, desertico come la luna, madre delle maree e della memoria.
Ciò significa che per quanto le esigenze dell’economia e di pochi oligarchi appaino vincenti e feroci, la Storia – che è fatta di esigenze veramente umane, quelle più comuni e diffuse – prima o poi sopraggiunge a riequilibrare ogni cosa!
Abele non muore sopraffatto da Caino, ma risorgerà sempre. Soprattutto quando Caino morirà.
Spesso poi in permacultura il permacultore si pone questa domanda:
QUANTE PERSONE PUÒ OSPITARE QUESTA TERRA?
La verità è che costruendo castelli e fortezze, anche un piccolissimo fazzoletto di terra può accogliere infiniti esseri umani (sfruttando la dimensione verticale), ciò che non rispetta i canoni basilari o “buon senso” della permacultura: una terra può dare casa solo a tante persone quante ne può alimentare. E rasserenare.
Da qui la giustizia intrinseca ai limiti di costruzione edilizia imposti dagli enti statuali praticamente in ogni parte del mondo. Soltanto – e da qui l’ingiustizia – tali limiti dovrebbero rispecchiare la naturale capacità di sostegno alimentare di quella terra, non proprio e non sempre il progetto di favorire l’affollamento in città perchè fra le infinite distese di terre disabitate “non ci sono case disponibili”.
Non c’è più gente e non si fanno più i castelli di una volta tra lande sperdute perchè non ci sono più i permessi (“coefficienti edilizi di abitabilità”) di una volta!
Nel caso di Gunkanjima l’isoletta fu edificata da una IMPRESA PRIVATA TOTALMENTE LIBERA da qualunque laccio burocratico e ricca, ma sarebbe dovuta essere abitata non da 6.000 schiavi del carbone, bensì dagli eremiti-pescatori che liberamente, nel tempo, nel mondo, l’avessero sentita come proprio “nido”.
Del resto la natura horror vacui e dona sempre qualche essere vivente adatto a vivere in una nicchia che, per quanto strana, viene da esso eletta come amata dimora.
