teologia cattolica della coscienza morale

Il fondamento VIVO della teologia morale cattolica: le Persone

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L’azione morale è per sua natura inter-azione con altri.

Nessun giudizio morale sarebbe possibile in un mondo abitato da me soltanto! Qualsiasi nefandezza compiuta o soltanto concepita, valutata da me medesimo sarebbe infine da me giudicata senz’altro “giusta”. Dall’esistenza dell’Altro o di un altro, quindi, la teologia morale attinge la sua propria esistenza, il suo statuto ed i suoi limiti.

La teologia morale esiste per le persone, a causa delle persone ed in vista delle persone in relazione reciproca, ed il suo soggetto più verace non è tanto il soggetto individualmente considerato (come vuole il liberalismo o il paganesimo anarcoide) quanto l’uomo-in-società. Ogni persona infatti nasce fisiologicamente dall’unione di più persone e non può che realizzarsi non già nell’isolamento ma in una società di persone. L’individuo giunge quindi a maturità interiore abbandonando il suo essere separato dagli altri.

Il magistero, prendendo atto di ciò, dichiara la dimensione «ecclesiale» (“assembleare”), dimensione propriamente umana, essa è il vivo (e poco immaginario) fondamento della etica cristiana (!) che diventa una ETICA RELAZIONALE1 (o “responsoriale”) più che espressamente raziocinativa o meditativa. Il soggetto etico cristiano si costituisce nel contesto ecclesiale come un bimbo si costituisce in ogni sua parte nel grembo di una donna, ma centro palpitante di ogni “contesto ecclesiale” è l’azione liturgico-sacramentale, quindi la morale del credente ha in verità poco a che fare con la “natura” o la “filosofia”: è figlia dell’eucaristia! La «teologia morale cattolica» parla in effetti della morale concepita non da uomini qualsiasi, ma da una particolare specie di persone, i cattolici, quali uomini-in-cristo che dimorano e agiscono nella Chiesa quale:

  1. Istituzione (mondana) e complesso di norme giuridiche (cartacee);
  2. Luogo di convivenza fraterna (parrocchia, convento, etc);
  3. Entità mistica (corpo di Cristo).

Ed ecco… in che maniera la Chiesa gestisce o ha gestito storicamente questo dato? Questa sua coscienza di essere per i fedeli contemporaneamente spirito, casa e corpo?

La parrocchia è oggi il luogo più immediato e naturale di confluenza di tutti i credenti verso una prima società cristiana locale, ma ad oggi la comune vita parrocchiale non sembra sufficientemente illuminata. Si registra ovunque la tendenza dei parrocchiani ad unirsi attorno ad un “leader” per farsi “devoti” di un parrocco che si vede più come “inviato”, “messia” e “maestro” che come “servo dei servi”. In questo tipo di prete il bisogno di generare una comunità organica è periferico al suo bisogno di essere protagonista di quella comunità come comandante, “capitano” (della «barca di Pietro») o “gestore risorse umane”.

Allora è evidente che ad oggi purtroppo madre-chiesa non fomenta presso i suoi figli una vera CULTURA DELLA COMUNIONE, bensì una più modesta CULTURA DEI GRUPPI (gruppo di preghiera, gruppo canto, gruppo scout; gruppo oratorio, gruppo catechisti, lettori, cresimandi etc).

Mentre una buona comunità (cattolica) si autogoverna e si autorganizza secondo principi (cattolici) semplicemente ribaditi da questo o quel “servo dei servi”, in un gruppo di azione cattolica il principio di corresponsabilità verso la salute globale della società cristiana locale è soltanto accennato, l’obiettivo sfumato ed il filo rosso che lega tutte le attività parrocchiali, molto fragile, delicato. Resta dunque nei casi più comuni un insieme di fedeli che si prestano molto volenterosamente a questa o quella attività cristiana, ma che tutti insieme, però, difficilmente si percepiscono 1 ed una sola comunità…una sola, grande famiglia.2

Dal punto di vista pedagogico, la causa di questo difetto o fallimento potrebbe essere una mancata insistenza da parte dei pastori sulla «Etica della Resposabilità», laddove aleggia ancora tra le chiese con fare minaccioso, la «Etica della Norma».

La Chiesa si è limitata per molto tempo a giudicare i comportamenti umani solo in base alla loro conformità ed «efficienza» rispetto alle norme ecclesiali, ma questo ha finito per svuotarne la pastorale di un genuino senso di eticità. Lo sanno tutti benissmo che ogni adeguamento meccanico alla norma, seppure divina, “disidrata” il «mondo della vita» dentro e fuori l’uomo. Ma l’esaltazione per il «risultato» etico raggiunto – il «sentirsi a posto» nella liturgia – maschera presto la sinistra ambiguità della percezione originaria. Affrontata frontalmente, del resto, sarebbe arduo sfuggire ad essa.

Una strategia di sterilizzazione potrebbe essere, come abbiamo detto, la sostituzione consapevole e sistematica – in ambito scolastico, accademico e pastorale – dellaEtica della Norma con la Etica della Responsabilità.

Il concetto di Responsabilità non esclude il vasto e complesso dinamismo di istinti, tendenze, disposizioni mentali, abitudini caratteriali e/o acquisite, tratti ereditari. Non reprime tutte queste cose, ma le presuppone affinchè ci sia un esercizio organico dell’Etica. La perfezione morale cattolica diventa così non già «dimenticare in fretta» le «cose brutte» onde «eseguire la norma santa», ma prendere coscienza delle forze compulsive-psicofisiche mie proprie, possederle, superarle, e donarle bellamente.

Il dono del proprio corpo e della propria psiche può essere fatto ad un maschio o ad una femmina, marito o moglie, ma anche ad una comunità, istituzione, azienda o parrocchia. Parteciparvi vitalmente, dall’osservatorio privilegiato cui inerpicandoci siamo giunti, diventa non già l’ennesimo «adeguamento alla norma» stavolta di utilità sociale proposta/imposta dalla Chiesa, ma ciò di cui ho bisogno per essere veramente uomo. Responsabile verso tutti gli altri uomini in generale, e verso il compagno/a o l’associazione che mi sono scelto in particolare. Allora l’ambiente parrocchiale diventa un mezzo proposto dalla modernità come tanti altri per esercitare la propria Umanità, non propriamente il luogo ove incarnare la normativa ecclesiastica, esercitare asceticamente le “virtù” della mortificazione interiore e «diventare santi».


N O T E

1 Purtroppo o per fortuna la legge mosaica non indugia in massime di natura “contemplativa” come invece piace fare al Budda e alla spiritualità orientale in genere (indiana, taoista etc); l’Antico Testamento prova a disciplinare direttamente 2 relazioni fondamentali: con Dio e con il prossimo, fino alla plateale, dolorosa rinuncia del proprio diritto per affermare il diritto dell’altro, con Cristo nel Nuovo Testamento (cfr. Mt 10, 39).
L’etica biblica è un’etica d’amore non tanto perchè in mezzo alle sue guerre e ai suoi complotti troviamo l’amore, quanto perchè è una «Etica della Relazione» nel seguente senso: il fedele è chiamato da Dio in persona a fidarsi di Dio, uscendo dalla terra del proprio sè per abitare un’altra terra, sconosciuta – la «terra promessa» – terra dell’Altro e di un altro, di cui ha imparato a fidarsi alla stregua di Dio (ciò però non significa che gli ebrei in vista de «La Promessa» debbano rubare la terra ai palestinesi!).

2 L’insistente richiamo magisteriale alla «koinonia» o all’amore “agapico” non intende incalzare la formazione di una comunità “psichica”, ma qualcosa di più profondo, sorgente di tutti gli altri buoni comportamenti cristiani, che è difficile definire. E’ comunione spirituale, inter e intraecclesiale, che forse trova l’immagine più esemplicificativa nella «cena del Signore»: lo stesso pezzetto di cibo entra e viene digerito da tutti, ma siccome è cibo divino, ecco che è esso stesso a divorare tutti. Poichè Dio è buono e conosce fino in fondo ciascuno dei suoi commensali, anche i suoi commensali, che si sono nutriti di Lui, si conosceranno tra loro, si ameranno, e saranno «una sola cosa». Da qui la «koinonia». «Poichè vi è un solo pane, noi siamo, benchè molti, un solo corpo» (1Cor 10, 17). Da qui «fare la comunione» che non è «fare comunità».

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