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Sono contrario agli orti sul balcone, e mi intristiscono, perché non sono una risposta organica al problema o ai problemi sollevati dalla permacultura.
Torniamo alle origini.
La permacultura nacque il giorno in cui Bill Mollison, avvedendosi dello scempio che il City System aveva fatto dei luoghi naturali natali, si risolvette a fare qualcosa.
Cosa? L’orto sul balcone?
No.
Si diede a qualche marcia e manifestazione politica. Ma vide che non funzionava. Allora battè in ritirata e si escluse dalla vita sociale grazie ad una fortunata baita con terreno e persino un lago attraverso cui prese a sfamarsi di patate e pesca, ma l’uomo non stava bene: vide che anche così non stava cambiando il mondo.
Uscito dalla “bolla” si diede “all’apostolato”, organizzò diversi corsi e dato il successo fondò da li a pochì anni la scuola australiana di permacultura.
Ed ecco, questo si che aveva cambiato il mondo!
A questo punto – e solo a questo punto – potè dedicarsi ad una personale cascina in campagna, coltivare patate e pomodori nel terreno d’intorno, bere vino con gli amici, e serenamente morire.
Evidenziamo allora quale fu la soluzione trovata da Mollison al problema di un City System divenuto ingombrante ed aggressivo, vampiro delle migliori risorse umane e naturali non solo dei paradisi della Tasmania ma dell’intero urbe terracqueo: non la marcia verde, non lo striscione arcobaleno, non la coltivazione di patate e la pesca di libere trote presso il vicino lago, non l’anarchia o l’eremitismo selvatico, non i cerchi di danze druide. E neppure la vendita di un corso. La soluzione più profonda da lui trovata, fu il TROVARE UN GRUPPO. Personale. Di estimatori affini a lui nel pensiero e nella dottrina (diversi dalla moglie e i figli).
Estraiamo qui di seguito il balsamo del maestro ed applichiamolo alle piaghe della permacultura odierna.
No, l’orto sul balcone non è “la” soluzione. Purtroppo oggi sul web e dal vivo nei corsi di permacultura sembra che l’orto sul balcone sia la prima e migliore soluzione della permacultura, ma non è così: È LA PIU’ COMODA E FACILE, del tutto simile a quell’iniziale pescare trote e coltivare patate mollisoniano, fase di transito e sviluppo superata un paio d’anni dopo dalla sua lucida e potente mente critica.
Sono quindi contrario alla pratica dell’orto sul balcone, non tanto per sè stessa, quanto nel momento in cui tale soluzione venga vistosamente usata come una benda per non vedere la vera, unica, autentica ed esplosiva soluzione della scuola australiana di permacultura: il RIUNIRSI IN GRUPPI DI VITA E DI LAVORO COERENTI CON LA PROPRIA PERSONA.
È questa la rivoluzione sociale, non l’orto sul balcone!
Compreso questo tratto fondante della permacultura sociale (che va ben oltre la permacoltura con la O), il più è fatto, e la patata ed il pesce ed il prezzemolo sul balcone verranno visti per quello che veramente sono: SURROGATI DI SENSO PERMACULTURALE. Ma con una attenuante ed una aggravante.
L’attenuante
L’attenuante è che quando sei povero, quando sei triste perché povero e non puoi permetterti una casa in campagna, coltivare basilico sul balcone ti conforta enormemente. Con qualche consociazione presa da quelle suggerite online, ti sembrerà di essere perfino un professionista della permacultura, ma io e te sappiamo che non è così. E tuttavia, devi continuare ad innaffiare le tue 3 piante e 2 fiori e unico carciofo su vasini e vasoni in terrazzo, perchè ecco, sotto il grigio cielo di città, con una torre 5G davanti, è l’unica magia naturale che ti è rimasta per provare ad arrestare qualcosa che ti investe ogni giorno come un’onda oceanica.
L’aggravante
L’aggravante consiste nel fatto che la permacultura alcuni principi pratici per smascherare l’inganno folle e romantico degli orti e degli ecosistemi sul balcone, li espone piuttosto chiaramente. “Fai il minimo sforzo per ottenere il massimo risultato”. Ebbene sul balcone con tanto di compostiera opereremo il massimo dello sforzo per ottenere il più piccolo dei risultati: una insalata l’anno (oppure il magnifico colore dei fiori d’accompagnamento a un broccolo che per quanto bello e di buona volontà – forse per il particolato al piombo e al cadmio in sospensione nell’aere cittadino – si rifiuta di prosperare).
Ma la più grave delle aggravanti, è l’ostinarsi a non vedere nei balconi di tutti i permacultori urbani, il fantasma del beato Mollison che urla e strepita per farvi osservare meglio quello che avete sempre davanti agli occhi: 4 vasetti e neppure 10 in fila sul balcone saranno mai 1 ORTO.
QUESTA MINIMA PRODUZIONE NON È PRODUTTIVITÀ; È IL GIOCO DEL BIMBO, E PER L’ADULTO, NIENT’ALTRO CHE ORTOTERAPIA. L’AUTOPRODUZIONE CHE OGGI SERVE AL MONDO NON SI FA DA SOLI E NON SI FA SOTTO LO SMOG DI CITTA’. SI FA IN CAMPAGNA SU VERO SUOLO E AMPIO, IN RETE CON UN VERO GRUPPO di amici. Personali.
Hai proprio ragione! Ciao Mollison
