Teologia cattolica: storie di Coscienza

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La teologia morale cattolica assume come dato “scientifico” che la coscienza non possa essere detta usando un linguaggio scientifico ma adoperando invece un linguaggio evocativo.

La Chiesa cattolica ha smesso o non ha mai iniziato a trattare la coscienza come “struttura” empiricamente sperimentabile, manipolabile o penetrabile. Sicuramente essa è riflessione e sinderesi1, ma se parole dobbiamo usare per descriverla, la più capiente è quella di “luogo”: il luogo in cui ci si incontra con la voce di Dio. E come molte delle cose che riguardano la vita intradivina, anche la coscienza troverà il luogo terminale del suo viaggio nella parola «mistero»2 (teologicamente inteso).

La cultura occidentale parla spesso di «coscienza creativa», intendendo con questa espressione una coscienza che si fa da sè, sovrana e normante. Naturalmente, tutte le norme che da essa discenderanno saranno fatte a immagine e somiglianza della coscienza stessa.

Per la Chiesa cattolica, invece, la Coscienza non inventa e non crea le leggi PRIME3, le ascolta!

«La Coscienza» è «La Voce» si, ma non propriamente di Dio, bensì della parte più profonda (e talvolta segreta) dell’uomo che ascolta Dio il quale Dio parla anche razionalmente. Di conseguenza anche la coscienza umana diventa razionale, “normata”. Dunque la Coscienza è luce si, ma riflessa. Si può paragonare ad un suono che pronunciato in una valle entra in una caverna rimbalzando entro le sue pareti ed uscendone diverso, poichè si è conformato alle pareti e alle stalattiti e stalagmiti presenti dentro la grotta.

La voce di Dio, pertanto, non giunge a noi pura, ma come un eco modellato su quel che si è e quel che si tiene nelle profondità del cuore. Le leggi naturali e della grazia provenienti dallo Spirito Santo possono essere recepite in maniera più o meno distorta: nei soggetti particolarmente “puri” o “vuoti” da strutture psichiche ingombranti (santi?), la rivelazione giunge certamente più nitida e chiara, ma una certa “contaminazione” è organica. D’altra parte Dio non pretende la perfezione!

Quando la strada è dubbia, possiamo aspettare che la nebbia si diradi e che la coscienza aumenti: gradualmente e dando tempo al tempo, con pazienza, possiamo arrivare alla vera luce, cioè ad un grado di certezza almeno un pò superiore che pian piano ci libera da eventuali fraintendimenti iniziali. E solo allora agire. In effetti la Chiesa solo attraverso molti sinodi e coincilii “depurò” il grande messaggio evangelico, restituendo soltanto dopo duemila anni un corpo dottrinale molto più puntuale rispetto a quanto originariamente contenuto nel Vangelo in forma di massime generali, inviti, esortazioni, racconti, parabole etc. Il buon esito di questo lavoro presuppone una precedente buona educazione od opportuna formazione.

Non tutte le coscienze sono uguali, e non tutte sono predisposte all’ascolto in egual maniera: alcune sono molto umili, altre meno; alcune sono più raffinate ed attente anche ai sospiri, altre meno; alcune hanno il gusto per i testi sacri e le letture edificanti, altre meno. In breve, alcune sono pronte e ben formate, altre no, dunque le medesime illuminazioni ed ispirazioni simmetricamente sparse dal Creatore, Primo Legislatore, nello stesso momento in tutto il cosmo, appaiono in effetti in tempi diversi nelle diverse coscienze nei diversi mondi, in base alla maturità della formazione spirituale singolare o collettiva che può avere motore interiore (caratteriale, privato) od esteriore (sociale – scolastico, televisivo, istituzionale). Ciò che in un ciclo non viene colto da un’anima perchè chiusa d’orecchi, può essere ap-preso dalla stessa anima nel ciclo successivo (dopo alcune altre esperienze formative nella storia).

Vincibili o invincibili possono essere le circostanze ad origine della “ottusità” o «cattiva formazione» o malformazione di una coscienza:

  • Il soggetto è cresciuto nella “grotta di Platone” e non conosce altri mondi possibili al di fuori di essa: il luogo nel quale vive è buio e non è quello reale fuori dalla grotta, ma le sue percezioni sono oneste e i comportamenti e le conclusioni etico-razionali da tali percezioni risultanti, sono sempre formalmente corrette nonchè oggettivamente comprovate dall’esperienza: la sua.
  • Il soggetto è stato liberato dalla grotta ed ora grazie agli studi filosofici sa che è possibile vivere sia al buio che alla luce. Ma purtroppo tale raffinata cultura, scienza e filosofia non basta per rendere civile tutta la civiltà cui appartiene, ai cui crimini si associa ogni giorno senza la benchè minima consapevolezza di perseguire ordinariamente autentici crimini (ad es. antica società romana pedofila, schiavista; carcerieri e soldati che crocifiggono Cristo semplicemente per lavoro; israeliani che trucidano palestinesi a peso e a contratto per «difendere la patria»).
  • Il soggetto vive all’aperto e sotto il sole, guarda la Verità faccia a faccia – non è più per lui segreta – ma non riesce ad amarla abbastanza. Nel frattempo il sistema filosofico-sociale cui appartiene addirittura premia le azioni contro il bene. Per paura di perdere onore e prestigio o desiderio di incrementare i privilegi acquisiti in società, persevera negli atti contro Dio o se ne disinteressa completamente lasciando la Verità a se stessa, sicchè Il Giusto morirà (ad es. Pilato, Eurocrati, fondamentalisti del «Libero Mercato»).
  • Il soggetto ha un sè fragile, anagraficamente piccolo o psicologicamente debole, incapace di elaborare e difendere una etica propria (ad es. bimbo che imita od obbedisce al padre che spaccia).
  • Il soggetto ha un sè adulto e sviluppato, pienamente razionale, ma – forse a causa di una storia emotivamente tormentata – rifiuta ritiri solitari o di gruppo, insegnamenti, guide e persino segreti esami di coscienza che possano rimettere in discussione le conclusioni a cui la propria morale un tempo approdò. Prediche su Cristo e lo Spirito Santo che «comunica dall’interno della coscienza quello che dobbiamo dire e fare», non funzioneranno granchè. Sono già persone interiori! Ma con una sensibilità grande e ferita. La conversione richiederà eventi o testimonianze ancora più grandi.
  • Il soggetto ha problemi neurologici che gli impediscono biologicamente di capire e/o correggere la propria condotta morale.

Al momento dell’ascolto e ricezione chiara e nitida del messaggio divino – segue il momento della scelta («devo seguirlo o è meglio di no?»), e fatta la scelta – superato questo secondo difficile momento – segue una fase terza solitamente più lenta e complessa tesa a tradurre quella decisione intima e spirituale in atti concreti o norme di vita pratica nella spesso confusa e pesante realtà materiale circostante. E’ la fase della prova, quella in cui si è chiamati ad assumersi la piena responsabilità della decisione presa. Molti a questo punto scoprono di non avere abbastanza “soldi in tasca” per pagarne tutte le conseguenze. Non sempre infatti la virtù è gratuita! Tutto era iniziato con il semplice ed umile gesto dell’ascolto. Bene! Ma solo l’ascolto, nella vita del cristiano, come abbiamo visto, non basta: il comando di Dio è una voce/norma che chiede incarnazione storica nelle private coscienze parimenti ai fatti. Se ascolti e hai imparato a discernere il bene dal male e vedi bene e valuti bene ogni cosa ma non agisci bene, la vita di fede è incompleta, immatura, e persino «morta»4.

NOTE

1 …dal greco «SYNDERESIS». E’ il processo di “ripescaggio” di idee innate, che Platone chiamava «anamnesi». In ambito morale si traduce in una intuizione veloce, non ragionata ma esatta dei principi primi, di ciò che è bene e di ciò che male.

2 Cfr. GAUDIUM ET SPES, punto n.16

3 Le leggi “prime” sono quelle da cui discendono tutte le altre, e non è detto che siano note o scritte da qualche parte!
Ad esempio, le leggi positive sono quelle che si dà una comunità attraverso una Costituzione per autoregolarsi, e non è detto che debba regolare proprio tutto, pena l’essere autoritaria. Le leggi di naturasono quelle “della ragione”, ma sarebbe ben strana una Costituzione che enunci il diritto ad amare e ad essere amati, di odiare o non odiare; quando essere felici o infelici. Tali leggi di valore etico potrebbero essere più opportunamente colte da un serto di leggi religiose, ma di solito tendono a legarsi chimicamente ad un contesto e periodo storico dato, scoprendosi inadatte ad essere adottate da un presente sempre mutevole: non sono dunque “riciclabili”, socio-sostenibili nè “biodegradabili”. Le leggi “prime”, al contrario, sono quelle veramente “sacre”, e come tali non sono redatte una volta per tutte. Vengono “lette” dalla coscienza quando serve.

4 «La fede senza le opere è morta» (cfr. lettera di Giacomo 1, 27); «non chiunque mi dice “Signore! Signore!”» (Mt 7, 21); «l’albero buono si riconosce dai frutti che porta» (Gv 15, 1).

Permacultura & Economia: linearità e complessità nella corsa al PROFITTO

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Con l’aiuto della tecnologia il City System degli ultimi anni tenta disperatamente di ridurre e semplificare la complessità umana, della storia e delle nazioni, al fine di rendere più veloci ed efficaci le strategie di accumulo ed investimento, uso ed abuso del capitale.

È sbagliato?

Come sempre, in medio stat virtus (“la virtù sta nel mezzo”).

Ma il movimento della permacultura purtroppo pare fatto soltanto da anarchici i quali potrebbero non capire la delicatezza dell’equilibrio sopra suggerito, sicchè per lo più optano per una processione tranquilla nel caos di quei pochi ambiti da cui la permacultura può o dovrebbe attingere un immediato profitto: principalmente…

  • La Produzione e commercio di Cibo
  • Il Turismo Rurale
  • Il Piccolo Artigianato

Ad un mondo negoziale totalmente disperso e frammentato in cui persino fra gli atei vige la regola “Ognuno per se e Dio per tutti” – regola tipica della società occidentale e a quanto pare anche della permacultura urbana – la permacultura ORGANICA oppone un modo più coeso e appunto più organico di realizzare i profitti: LA PARTITA IVA DEVE ESSERE UNA NON MOLTE. LA DEVONO PAGARE TUTTI NON UNO. Il progetto di lavoro deve essere uno per tutti.

“Scusa, tutti chi?”

Tutti i membri della GILDA LOCALE.

Costituire un ecovillaggio o meglio un C.E.R.E.L come associazione anche economica, è un modo per semplificare l’avvio di mondane attività economiche da parte dei membri meno “furbi” o più “deboli” e imbranati che possono essere molti e NON SI DEVONO VERGOGNARE DI ESSERLO (sono diversamente abili). Inoltre, ciò produrrebbe direttamente “famiglia” ovvero un solo reddito “ufficiale” che sarà diviso tra i lavoratori senza litigare SE AVRANNO PERMACULTURA.

In altre parole, tutti i permacultori praticamente sanno di non avere la permacultura necessaria a non cavarsi reciprocamente gli occhi dinanzi a qualche spicciolo, quindi oggi il mondo della permacultura locale anziché compattarsi in una ed una sola associazione lavorativa locale, preferisce insistere astutamente sulla “cultura della responsabilità e “l’autonomia dei singoli permacultori”.

Ma perchè?

È stato già detto. Perche quel lavoro di permacultura “interiore” che chiede rispetto e convergenza reciproca anche e soprattutto negli affari economici, sporchi e snervanti per natura, è troppo difficile, è troppo oltre le umane forze.

Ed il branco non si fa gruppo

L’idea di fondo, da buoni occidentali anch’essi, è che la permacultura ama la “libertà” e la “indipendenza”, laddove una associazione determinata con statuto determinato quindi con regole determinate – anche quando autocostruite (e votate) – impedirebbe il “fluire”, lo “scorrere”, la “spontaneità” dell’essere e del mutare.

Per questo tipo di permacultori il sole dovrebbe di quando in quando cambiare il suo giro in cielo, per non annoiarsi nei miliardi d’anni di vita che ha davanti a sè.

Cambiamo approccio!

Una idea di base della permacultura ORGANICA in fatto di economia, è che un sistema frastagliato di nicchie di vita indipendenti garantisce l’etica sociale (un tale bannato da una parte potrà trovare ricetto, rispetto e amore da un altra parte se il sistema sociale è correttamente frammentato). Ma la decentralizzazione non deve essere assoluta e ricercata per sè stessa: il principio di centralizzazione delle funzioni integrato solo parzialmente nelle dinamiche di gruppo – ovvero soltanto in ambito C.E.R.E.L – potenzia la collettiva rincorsa al necessario denaro e al profitto, perché nessuno sarà lasciato indietro.

Un processo economico lineare e non complicato dall’esistenza di troppi margini e nicchie, può essere manipolato assai meglio. Ma se il “manipolatore” esercita il suo potere (la sua “leadership”) su un numero standardizzato di membri – e se il gruppo lo controlla direttamente attraverso libere elezioni – quanto spazio c’è per gli abusi? In verità, nella maggior parte dei casi, ci sarà solo guida.

Permacultura INTERIORE: sono al posto giusto nel giusto progetto di vita?

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Nel silenzio del lago, circondato da monti imponenti, affiora una tendenza ricorrente nelle acque della coscienza di colui che non si trova al posto giusto, nella giusta vita o nel giusto progetto di vita:

Anche quando tutto è facile, ormai previsto e prevedibile, costui non ha più voglia di insistere.

Tale tendenza è segreta e profonda, e suona sommariamente così:

Tutto questo non mi piace

Di solito una vita o un progetto di vita diventa facile e “sciolto” dopo un adeguato numero di anni in cui il soggetto è uscito pazzo per ottenere la quadratura del cerchio. E alla fine… l’ha ottenuta! È divenuto saggio e sente di padroneggiare alcuni aspetti della sua esistenza ormai con solida maestria. Eppure non gli piace. Non ne trae il conforto che immaginava, quindi comincia a lasciar perdere… dapprima soltanto un primo, innocente impegno. Infine tutto.

Ma da qui al “tutto” c’è un tempo di transizione i cui sintomi, se riconosciuti con prontezza e chiarezza, senza troppo affanno conducono ad un NUOVO PORTO.

Il sintomo di cui sopra è il principale e voglio parlarne approfonditamente.

L’uomo non è pigro; la sua mancata voglia di insistere su progetti ed azioni così importanti per lui prima che cominciassero a schiudersi i suoi nuovi occhi, non è determinata neppure da una mancanza di forza.

E come se ormai guardasse il mondo, la vita degli uomini e la sua propria in mezzo ad essi, da un monte altissimo, eppure si trova contemporaneamente al fondo della valle!

La sua coscienza si è dunque come sdoppiata, ed è questa sua seconda esistenza a ricordargli ad ogni passo l’invalidità della prima.

Il malcapitato non è divenuto senziente di un secondo flusso di pensieri e ragioni – di una seconda testa. Il cervello solo uno è ed è rimasto quello di prima! Ma percepisce una piccola vita essere germogliata alla sua ombra, e sa che quel fiore ha il potenziale per divenire eterno, l’albero-ponte tra la terra e il cielo.

Alla luce di tutto ciò, egli trema al pensiero di calpestarlo. Vorrebbe stare attento e irrigarlo e farlo crescere, ma il progetto di vita precedente, quello per il quale ha così tanto lottato, assorbe pericolosamente gran parte delle energie della sua mente e del suo cuore. Ciò non è più tollerabile. Ogni volta che dà acqua alle vecchie liane in casa, sa che la toglie a quel fiorellino laggiù, così gravido di promesse. E ciò lo turba profondamente.

Poi viene il fantastico giorno in cui piove e l’acqua la offre il cielo abbondamente sia alla foresta di liane che al sacro seme in vaso. Dovrebbe allora essere felice, perché Dio stesso ha pensato a lui. Ma non lo è poi così tanto: sa che con ogni innaffiata si avvicina il giorno in cui la pianta divina dovrà essere travasata in piena terra affinché cresca al più presto e del tutto liberamente.

Ma dov’è la terra promessa?

Non si vede fino all’orizzonte. Così tanti anni di fatica per costruire una vita che ora va smontata per essere ricostruita altrove, può avvolgere nel senso di fallimento chiunque. I giorni di trasloco sono poi i giorni più sterili in assoluto, in quanto non puoi affatto lavorare come prima. Non puoi fare il lavoro di prima, ma neppure il lavoro che verrà (perché non è ancora venuto). Da qui quel laconico…

Non insisto più

In un periodo di transizione si è confusi e senza forma, non si è nè l’una cosa nè l’altra. Ma questo è normale ed è normale in questo periodo scovare i più irragionevoli e anche ridicoli motivi per non proseguire le attività che prima apparivano talmente giuste e utili (e che lo potrebbero essere ancora!). Ma è l’intero progetto di vita che ora è divenuto sbagliato, come è il luogo proprio di un progetto di vita che non senti più tuo, a scoraggiare le attività che riprenderai bellamente non appena il padrone finirà di cambiare l’acqua dell’acquario.

Cos’è l’orto in permacultura e perchè sul balcone non si può fare

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La permacultura non è giardinaggio né  ortoterapia e nasce per realizzare modifiche non di superficie ma importanti come:

  • L’autosufficienza
  • Il ripristino di un ecosistema danneggiato e la tutela di quello non ancora danneggiato
  • Il recupero di un contatto profondo ed armonioso dell’uomo col proprio ambiente naturale

Se questi 3 progetti sintetizzano sufficientemente i propositi della permacultura, misuriamone le possibilità in seno al PROGETTO “ORTO SUL BALCONE”.

Posto che se abiti in campagna, l’orto certo non lo farai sul balcone della tua villa in campagna ma a terra, il balcone di cui stiamo parlando è evidentemente un BALCONE IN CITTÀ.

Ma la città, per come è stata concepita e poi realizzata dal City Sistem inglese ai tempi della rivoluzione industriale prima e seconda (nel Settecento/Ottocento), non permette al comune inurbato di raggiungere i 3 obiettivi di cui sopra.

Questo è molto facile da capire, serve forse intuizione, forse solo occhi aperti, forse solo sincerità con sè stessi, ma molti permacultori per difendere alcuni strampalati progetti di permacultura urbana – quindi la vendita di corsi presso cittadini sempre più oppressi e disperati – preferiscono omettere quella sensazione primordiale che ricorda continuamente loro: LA TERRA SUL BALCONE NON È TERRA IN CAMPAGNA!

I presupposti razionali di questa ardita e raccapricciante affermazione sono i seguenti:

  • In campagna sei immerso in un ecosistema naturale, in città in uno artificiale: i grandi edifici sostituiscono le foreste di grandi alberi, le auto gli animali della foresta, gli uomini gli insetti. La città di stile anglo-ottocentesco non è infatti nient’altro che un formicaio. Quale ecosistema naturale esiste DENTRO un formicaio? L’ecosistema naturale in cui viene PRODOTTO il cibo che le formiche ogni giorno raccolgono, vegeta FUORI dal formicaio, non dentro! Non nel balconcino dell’alveolo da cui la formichina si affaccia la sera prima di andare a letto.
  • L’ecosistema naturale è cablato da milioni d’anni per produrre cibo, l’ecosistema artificiale non produce cibo, ma questo non è un “difetto di progettazione”: originariamente la città non è stata strutturata per dare spazio alle colture, ma per offrire ricoveri e raccogliere le formiche-lavoratrici in un punto che in quanto unico rende la popolazione più facilmente controllabile o servibile (nel bene o nel male).
  • Se impianti un microsistema selvatico nel balcone in città o anche dentro casa – con tanto di banani e scimmie appese ad una liana – lo sforzo per proteggerlo e portarlo avanti sarà lo stesso dell’acquariofilo che dovrà fare i salti mortali per mantenere l’acqua pulita ed i pesci in buona salute. Come mai? Perche quel microsistema “ecologico” li è SGANCIATO dall’ecosistema-mare più grande, quindi l’uomo dovrà con tanta più fatica prendere il posto di quest’ultimo (e di Dio). Ma in permacultura l’obiettivo magno è creare ecosistemi stabili e produttivi AUTOPERPETUANTESI col sostegno MINIMO dell’uomo, non massimo! L’orto sul balcone, come l’acquario in casa ed una voliera in lavanderia, sono qualcosa di congenitamente anti-permaculturale.
  • Sul balcone di casa puoi simulare la “vita di campagna” mettendo vasetti singoli di tutte le specie orticole che ti piacciono. Questo però non sarà un ORTO – cioè un microsistema naturale dentro uno più ampio che soccorre il primo (le api vengono da lì fuori). Sono solo vasetti di orticole invece che di piante ornamentali. L’anti-permacultura qui emerge allorché ti accorgi che tutto questo cibo in realtà non lo ottieni e per mangiare davvero sei costretto a correre ogni settimana dall’ortolano sotto casa, tuttavia continui imperterrito a coltivare sul balcone perché ti rilassa, ti consola o ti diverte e gratifica dire agli amici che sei “permacultore” e “contadino urbano”. Ma questa è più ORTOTERAPIA che orticoltura e permacultura vera e propria, matura, realizzata, cioè diretta verso una fattiva indipendenza dal City System

Per tutti questi motivi, sono contrario al progetto “orto-sul-balcone”. Sono contrario a che se ne tessino così alte lodi ai corsi di permacultura, ma in effetti serve a poco questo mio messaggio in bottiglia lasciato alle correnti del web. Serve a poco perché la gente non è scema, e anche se nessuno parla loro francamente, i limiti di certe impostazioni li percepiscono nel profondo, sicché tornati a casa alla fine del loro corso di permacultura, questo famoso “orto-sul-balcone” poi non lo fanno. Tuttalpiù comprano qualche piantina di prezzemolo e similari, ne strappano qualche foglia finché campa, dopodiché arrivederci e grazie.

Proprio nulla da recriminare a costoro: l’aria stessa di città, i clacson ed un pullulare di sempre più pericolose antenne, sopprime nel tempo ogni costruttivo spirito di campagna e di natura. Resistono solo gli eroi, che in natura sono pochi. Pochissimi.

Sul perché e come la permacultura debba sostenere i molti e non i pochissimi, né parleremo in una prossima puntata.

Permacultura & Sistemi: perché sono contrario all’Orto sul Balcone

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Sono contrario agli orti sul balcone, e mi intristiscono, perché non sono una risposta organica al problema o ai problemi sollevati dalla permacultura.

Torniamo alle origini.

La permacultura nacque il giorno in cui Bill Mollison, avvedendosi dello scempio che il City System aveva fatto dei luoghi naturali natali, si risolvette a fare qualcosa.

Cosa? L’orto sul balcone?

No.

Si diede a qualche marcia e manifestazione politica. Ma vide che non funzionava. Allora battè in ritirata e si escluse dalla vita sociale grazie ad una fortunata baita con terreno e persino un lago attraverso cui prese a sfamarsi di patate e pesca, ma l’uomo non stava bene: vide che anche così non stava cambiando il mondo.

Uscito dalla “bolla” si diede “all’apostolato”, organizzò diversi corsi e dato il successo fondò da li a pochì anni la scuola australiana di permacultura.

Ed ecco, questo si che aveva cambiato il mondo!

A questo punto – e solo a questo punto – potè dedicarsi ad una personale cascina in campagna, coltivare patate e pomodori nel terreno d’intorno, bere vino con gli amici, e serenamente morire.

Evidenziamo allora quale fu la soluzione trovata da Mollison al problema di un City System divenuto ingombrante ed aggressivo, vampiro delle migliori risorse umane e naturali non solo dei paradisi della Tasmania ma dell’intero urbe terracqueo: non la marcia verde, non lo striscione arcobaleno, non la coltivazione di patate e la pesca di libere trote presso il vicino lago, non l’anarchia o l’eremitismo selvatico, non i cerchi di danze druide. E neppure la vendita di un corso. La soluzione più profonda da lui trovata, fu il TROVARE UN GRUPPO. Personale. Di estimatori affini a lui nel pensiero e nella dottrina (diversi dalla moglie e i figli).

Estraiamo qui di seguito il balsamo del maestro ed applichiamolo alle piaghe della permacultura odierna.

No, l’orto sul balcone non è “la” soluzione. Purtroppo oggi sul web e dal vivo nei corsi di permacultura sembra che l’orto sul balcone sia la prima e migliore soluzione della permacultura, ma non è così: È LA PIU’ COMODA E FACILE, del tutto simile a quell’iniziale pescare trote e coltivare patate mollisoniano, fase di transito e sviluppo superata un paio d’anni dopo dalla sua lucida e potente mente critica.

Sono quindi contrario alla pratica dell’orto sul balcone, non tanto per sè stessa, quanto nel momento in cui tale soluzione venga vistosamente usata come una benda per non vedere la vera, unica, autentica ed esplosiva soluzione della scuola australiana di permacultura: il RIUNIRSI IN GRUPPI DI VITA E DI LAVORO COERENTI CON LA PROPRIA PERSONA.

È questa la rivoluzione sociale, non l’orto sul balcone!

Compreso questo tratto fondante della permacultura sociale (che va ben oltre la permacoltura con la O), il più è fatto, e la patata ed il pesce ed il prezzemolo sul balcone verranno visti per quello che veramente sono: SURROGATI DI SENSO PERMACULTURALE. Ma con una attenuante ed una aggravante.

L’attenuante

L’attenuante è che quando sei povero, quando sei triste perché povero e non puoi permetterti una casa in campagna, coltivare basilico sul balcone ti conforta enormemente. Con qualche consociazione presa da quelle suggerite online, ti sembrerà di essere perfino un professionista della permacultura, ma io e te sappiamo che non è così. E tuttavia, devi continuare ad innaffiare le tue 3 piante e 2 fiori e unico carciofo su vasini e vasoni in terrazzo, perchè ecco, sotto il grigio cielo di città, con una torre 5G davanti, è l’unica magia naturale che ti è rimasta per provare ad arrestare qualcosa che ti investe ogni giorno come un’onda oceanica.

L’aggravante

L’aggravante consiste nel fatto che la permacultura alcuni principi pratici per smascherare l’inganno folle e romantico degli orti e degli ecosistemi sul balcone, li espone piuttosto chiaramente. “Fai il minimo sforzo per ottenere il massimo risultato”. Ebbene sul balcone con tanto di compostiera opereremo il massimo dello sforzo per ottenere il più piccolo dei risultati: una insalata l’anno (oppure il magnifico colore dei fiori d’accompagnamento a un broccolo che per quanto bello e di buona volontà – forse per il particolato al piombo e al cadmio in sospensione nell’aere cittadino – si rifiuta di prosperare).

Ma la più grave delle aggravanti, è l’ostinarsi a non vedere nei balconi di tutti i permacultori urbani, il fantasma del beato Mollison che urla e strepita per farvi osservare meglio quello che avete sempre davanti agli occhi: 4 vasetti e neppure 10 in fila sul balcone saranno mai 1 ORTO.

QUESTA MINIMA PRODUZIONE NON È PRODUTTIVITÀ; È IL GIOCO DEL BIMBO, E PER L’ADULTO, NIENT’ALTRO CHE ORTOTERAPIA. L’AUTOPRODUZIONE CHE OGGI SERVE AL MONDO NON SI FA DA SOLI E NON SI FA SOTTO LO SMOG DI CITTA’. SI FA IN CAMPAGNA SU VERO SUOLO E AMPIO, IN RETE CON UN VERO GRUPPO di amici. Personali.

Hai proprio ragione! Ciao Mollison

Permacultura & Libertà: eliminare l’oppressione

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“Se non puoi eliminare l’oppressione, almeno raccontala a tutti”

Questo è quanto può fare e spesso fa, un cittadino incazzato attraverso i social network.

Ma gli algoritmi di Facebook, Google e YouTube hanno smesso da qualche anno di PREMIARE LA DISSIDENZA (non compare più nei primi posti nelle ricerche e nelle bacheche personali anche quando lo meriterebbe!), quindi cosa resta al popolo per placare almeno un po’ il brutto ed ormai molto diffuso senso di “oppressione” del City System contro i piccoli ed impotenti poveracci?

Restano gli altri social network, qualcuno dirà, perchè…

“Se non puoi eliminare l’oppressione, almeno raccontala a tutti”

…ma la verità è che i social network minori non fanno MASSA CRITICA WEB.

Si definisce “massa critica web” quel numero di post, commenti, video ed articoli che finendo nelle prime posizioni nelle classifiche di ricerca del motore Google come nelle bacheche personali, costringono il concetto veicolato sul web a non poter non essere ripreso anche dal mainstream televisivo.

Questo accadde con la questione MES.

A quel tempo l’impianto censorio eurocratico non era stato ancora allestito o era solo abbozzato. Il covid non era apparso o era apparso da pochissimo e quindi i dirigenti delle piattaforme sociali percepivano ancora con disgusto la sola idea di tribunali dell’inquisizione trasposti sul web 500 anni dopo la fine del medioevo.

Ma in questo quadro storico, notai – e tutti notarono – si era creata una sorta di DISSOCIAZIONE COGNITIVA: i TG dipingevano un mondo e mettevano ogni giorno su un palinsesto informativo completamente diverso da quello che saltava in “prima pagina” agli occhi di chi stava sul web.

Dissociazione dopo dissociazione, giorno dopo giorno – video virale dopo video virale su YouTube e post allucinante dopo post allucinante su Facebook – le TV dovettero adeguarsi, pena evidenziare oltremisura la propria antica faziosità, e così, infine, affrontarono la questione MES, data la intima perversità del problema pure piuttosto diffusamente.

Ma quel tempo è passato ed il popolo ed i social network riformati dagli irretiti oligarchi occidentali non hanno più quel nuovo, grandissimo e benedettissimo potere

Cosa ci resta?

Non ci resta che spegnere la TV in attesa che la bufera passi. Perchè la TV non è cattiva in sè, ma è satanico oltre ogni dire il modo in cui dopo il covid è stata usata dai manager aziendali alla sua direzione (Dio li abbia sempre nei propri pensieri).

Non ci resta che ridurre il nostro accesso quotidiano ai social network, giacché non hanno più il potere di prima: attraverso di essi, adesso, il popolo subisce il potere più di quanto possa forgiarlo. È divenuto un gioco che salva e premia solo pochi. Come sempre.

Un principio di permacultura suggerisce di usare e accelerare le successioni naturali.

In questo caso, direi anche di confidare nelle successioni naturali (per “successione” si intende il cambiamento di condizioni ambientali che permetterà la nascita di nuove piante). In questo caso le “piante” sono i nuovi uomini, migliori, che verranno alla guida delle nazioni dopo che un incendio o un uragano o semplicemente i decenni avranno cambiato il già ampiamente necrotizzato tessuto antropologico occidentale.

Non c’è più niente da fare e non ci resta che aspettare. Sperare, pregare.

Il “Soggetto Morale” nella teologia cattolica

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Per l’odierna Teologia Cattolica un comportamento è “morale” se e quando il soggetto agisce razionalmente. La razionalità per il magistero è strumento imprescindibile affinchè la coscienza personale possa comprendere (e fare propria) una norma.

Se l’uomo applicasse una norma d’istinto o per cause emotive, il suo comportamento potrebbe dirsi “giusto” oppure “sbagliato” (in base alla natura della norma), ma non potrebbe dirsi realmente “morale” e per certi versi neppure totalmente “umano”, poichè dietro non vi sarebbe una propria scelta razionale, riflettuta, meditata, selezionata e condivisa con tutta la pienezza del proprio spirito e della coscienza più alta ma, appunto, soltanto un’istinto, una primitiva emozione.

Per l’odierno magistero cattolico, quindi, esistono 2 tipi di atti: l’ATTO MORALE o “UMANO”, il cui fondamento è la Ragione e la Libera Volontà (ovvero la comprensione razionale dell’atto e la scelta totalmente consapevole di conseguirlo); e l’ATTO SEMPLICE o “NATURALE” (o «dell’uomo naturale»), il cui fondamento è l’irrazionalità, la bieca emozione, la pancia1 [questa distinzione fu per primo posta da San Tommaso e successivamente ripresa dalla Scolastica medievale].

Non tutti gli atti umani sono dunque della stessa specie: alcuni sono del tutto naturali come mangiare bere e dormire, altri molto più liberi e consapevoli, come pregare, studiare, dialogare. Sintetizza il magistero:

L’agire dell’uomo, se non è razionale,
non è etico!
Senza la Libera Volontarietà
nessuna azione, anche se giusta,
potrà dirsi moralmente completa

Un comportamento che sembrasse “immorale” a tutti – e che lo fosse davvero! – dal punto di vista esclusivamente accademico potrebbe dirsi ugualmente “morale” SE pensato e scientemente voluto e deliberato dal soggetto agente, il quale acquisisce lo status di Soggetto Morale” se ha la libertà di compiere una Scelta, e se opera questa scelta.

Da questo punto di vista l’uomo che in coscienza piena e libera ha fatto un’azione cattiva, benchè senza dubbio «cattivo», ha comunque esercitato una MORALE (la propria) e ha fatto una Scelta Morale, quindi può con diritto fregiarsi del titolo: “Soggetto Morale” (Negativo). Resta una persona! (negativa).

Ancora: l’istinto e l’emotività, in quanto puri riflessi comportamentali, non conferiscono merito demerito nè consistenza spirituale a nessuna azione umana.

Per la Chiesa basta soltanto che l’uomo scelga in maniera pienamente cosciente tra 2 o più vie, per dire che esso è «Soggetto Morale» anche se poi imbocca la via sbagliata! Perchè? Perchè ci fu un tempo in cui egli, comodamente nel suo divano, dopo aver riflettuto giorni interi, prese una decisione, ciò che lo distingue dagli animali, i quali non possono dirsi “Soggetti Morali” pari all’uomo perchè malgrado ogni eventuale bontà intrinseca alla loro natura, non operano o non possono operare Scelte filosofiche totalmente convinte (o lo fanno molto poco). Essi agiscono sempre per istinto, il quale, in quanto naturale, è formalmente buono e mai tacciabile di “cattiveria” anche quando accidentalmente lesivo verso un povero bambino.

L’azione cattiva dell’uomo, invece, in quanto dotato di coscienza più profonda, ha una profondità maggiore, ed in quanto moralmente ripugnante è più meritevole di biasimo rispetto alla medesima azione compiuta da una bestia senza senno e senza ragione.

Una rieducazione dell’uomo sarà molto più difficile che con un qualsiasi altro animale, perchè necessiterà dell’apporto di motivazioni filosofiche e spirituali sofisticate, ciò che al riaddestramento di un cane non è necessario portare. Ne evinciamo pertanto che il cattolicesimo non recepisce gli atti morali e la moralità come dati di fatto ereditati dalla natura, ma come costruzioni storiche; essi sono il prodotto di un percorso interiore in cui l’intelletto si è confrontato poche o molte volte con la Libera Volontà2 e la propria personale profondità psichica negli infiniti processi di una società reale per generare infine vera umanità. In altri termini, se si compie un atto virtuoso ed etico naturalmente – cioè per abitudine, inclinazione fisiologica od ottima educazione infantile – bene, ma se invece esso è il frutto di una faticosa scelta interiore dopo molte scelte sbagliate, va bene lo stesso! L’uomo, sia nell’uno che nell’altro caso, avrà esercitato la sua umanità e, compiendo una Scelta, reso onore a Dio.

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NOTE

1San Tommaso che per primo nella storia filosofica occidentale rileva questa differenza, non definisce “semplice” l’atto irriflesso, istintivo, “animalesco”, ma lo chiama “naturale” per distinguerlo da quello più nobile: “morale”. Non adotteremo qui precisamente la sua terminologia, ma soltanto la sua analisi, esplicitandola con termini lievemente diversi, giacchè oggi darebbe adito a confusione: è infatti logico oggi definire “naturale” tanto l’uomo che non ragiona bene ed agisce d’istinto, quanto quello che infonde piena coscienza spirituale ad ogni suo atto e scelta. Non chiamarlo “naturale”, presterebbe il fianco da parte dei sinistri e dei gretini, all’accusa di «discriminazione» e quindi, danto tempo al tempo, alla censura dei libri di San Tommaso & company.

2Diversamente da come sembra, la libertà non è data una volta per tutte. Non ci è consegnata nelle mani come la patente di guida all’età idonea. Per avere la libertà serve liberarsi dai condizionamenti di nascita, prima, dell’infanzia e dell’adolescenza, dopo, e dei condizionamenti socio-culturali più grandi ed invisibili, infine. La vera libertà, quindi, è anch’essa frutto di un percorso di liberazione che non tutti possono essere in grado o aver voglia di intraprendere. Non poi tutti i percorsi di liberazione sono identici ed equivalenti: la libertà da è destinata ad autonegarsi (culmina nel liberarsi da se stessi); la libertà per si afferma come libertà quando diventa libertà per amare.

Permacultura & Società – Il cuore nero di Gunkanjima

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Isola di Gunkanjima – Nagasaki, Giappone

All’inizio del ‘900, la piccola isola di Gunkanjima (meno di 1 km quadrato) – conosciuta anche come “Midori nashi Shima”, che significa “isola senza verde” – fu sviluppata dal punto di vista edilizio dalla Mitsubishi Corporation, giacchè l’isola si scoprì che poggiava su un grande giacimento sottomarino di carbone.

Ma i giapponesi non volevano andarci a lavorare, così vennero “importati” operai dalla Corea ed ivi costretti ai lavori forzati (alla moda degli americani con gli africani nelle piantagioni di zucchero).

Fu così che nacque il “karma negativo” di Gunkanjima, esponendosi ad un lento, inesorabile, riequilibrio storico.

Quando sarebbe sopraggiunto?

Per i cento anni successivi la miniera alimentò l’espansione industriale del Giappone, e la fortezza sull’acqua prosperò gagliardamente. Furono costruiti complessi di appartamenti sopra complessi di appartamenti, creando nel tempo un labirinto di edifici collegati da cortili e balconi, corridoi e scale.

Sorsero scuole, ristoranti e case da gioco, perché l’uomo è un essere sociale, e sperduto in mezzo al mare non gli resta che autorganizzarsi con altri per alleviare l’esistenza.

Ma all’origine vi era una costrizione, non una scelta di vita

Incredibilmente, verso la metà degli anni ’50, un solo kilometro quadrato di terra ospitava quasi 6.000 persone, raggiungendo la più alta densità abitativa che il mondo avesse mai conosciuto.

Poi il carbone finì.

La Mitsubishi chiuse la miniera e tutti se ne andarono.
Gli edifici iniziarono a creparsi, i vetri a rompersi, i cortili a riempirsi (finalmente) di verde. La brezza marina oggi fustiga tutto entrando dalle finestre rotte in camere un tempo riscaldate dal respiro umano. Ma son passati cinquant’anni, e la città fantasma in mezzo al mare è ancora lì, in piedi, a guardar le stelle.


L’insegnamento per la permacultura


L’esperienza di Gunkanjima è una raffigurazione plastica del concetto di cui in una pagina precedente si sintetizzava scrivendo: “1 Comunità 1 Cuore”.

Il “cuore” della comunità di Gunkanjima non era nè una fabbrica né una rete di servizi speciali, ma qualcosa di abbastanza simile: una miniera. L’esportazione di carbone garantiva l’afflusso in loco dei soldi prodotti da una banca centrale lontanissima: la comunità locale estraeva quindi da un bene locale molto presente e molto ben quotato altrove, i soldi necessari, e lo reinvestiva all’interno costruendo scuole, nuove camere e case da gioco.

Ma in fondo tutto era lì a causa di un abuso storico che tutti avevano ormai dimenticato. Eccetto la Storia.

Quando la miniera chiuse, neppure i vecchietti pensionati della madrepatria vollero stare lì – tantomeno la classe ricca di ereditieri di una nazione – sicchè invece di diventare un “paese-bomboniera” sul mare, diventò un nuovo Regno della Luna, desertico come la luna, madre delle maree e della memoria.

Ciò significa che per quanto le esigenze dell’economia e di pochi oligarchi appaino vincenti e feroci, la Storia – che è fatta di esigenze veramente umane, quelle più comuni e diffuse – prima o poi sopraggiunge a riequilibrare ogni cosa!

Abele non muore sopraffatto da Caino, ma risorgerà sempre. Soprattutto quando Caino morirà.

Spesso poi in permacultura il permacultore si pone questa domanda:

QUANTE PERSONE PUÒ OSPITARE QUESTA TERRA?

La verità è che costruendo castelli e fortezze, anche un piccolissimo fazzoletto di terra può accogliere infiniti esseri umani (sfruttando la dimensione verticale), ciò che non rispetta i canoni basilari o “buon senso” della permacultura: una terra può dare casa solo a tante persone quante ne può alimentare. E rasserenare.

Da qui la giustizia intrinseca ai limiti di costruzione edilizia imposti dagli enti statuali praticamente in ogni parte del mondo. Soltanto – e da qui l’ingiustizia – tali limiti dovrebbero rispecchiare la naturale capacità di sostegno alimentare di quella terra, non proprio e non sempre il progetto di favorire l’affollamento in città perchè fra le infinite distese di terre disabitate “non ci sono case disponibili”.

Non c’è più gente e non si fanno più i castelli di una volta tra lande sperdute perchè non ci sono più i permessi (“coefficienti edilizi di abitabilità”) di una volta!

Nel caso di Gunkanjima l’isoletta fu edificata da una IMPRESA PRIVATA TOTALMENTE LIBERA da qualunque laccio burocratico e ricca, ma sarebbe dovuta essere abitata non da 6.000 schiavi del carbone, bensì dagli eremiti-pescatori che liberamente, nel tempo, nel mondo, l’avessero sentita come proprio “nido”.

Del resto la natura horror vacui e dona sempre qualche essere vivente adatto a vivere in una nicchia che, per quanto strana, viene da esso eletta come amata dimora.

Permacultura & Società – 1 Comunità 1 Cuore

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Tre sono i tipi di comunità in cui possiamo vivere:

  • Urbana
  • Periurbana (o rurale/montana)
  • Neorurale (od organica)

La prima forma di comunità la conosciamo tutti ma serve puntualizzare una volta per tutte la natura del cuore e del sangue che la fanno stare in piedi. Il suo cuore può dunque essere:

  • Una fabbrica o una rete di fabbriche che vendendo con successo un prodotto all’estero, fa arrivare in patria i soldi che la comunità locale non ha o non può autoprodurre. La comunità locale li spende ed è felice.
  • Un numero sufficiente di persone che non producono niente e non fanno niente durante il giorno ma hanno ereditato o ricevono ogni mese abbastanza soldi da enti, soggetti o paesi esterni (ad es. pensionati, studenti, turisti, nababbi)
  • Un centro o una rete di centri abili nell’allestire strutture, negozi e servizi per l’impiego della comunità locale ai fini della vendita di un bene o servizio prodotto localmente con certa abbondanza (anche il tempo di un cittadino è un bene circolante impiegabile).

Se questi sono i 3 “cuori” possibili di una comunità urbana, cosa sarà il suo “sangue”? Naturalmente, i soldi. E naturalmente, quanti più cuori siffatto organismo comunitario avrà, tanto più denaro pomperà nelle sue vene. E così, in città, saranno tutti ricchi e contenti!

Come funziona, invece, una comunità periurbana, cioè posta alla periferia del mondo come satellite di una grande metropoli?

Le comunità periurbane tendono ad essere abitate solo da pensionati (o ereditieri). Il cuore che le fonda, organizza, pulisce e disinfetta è solo uno: il denaro proveniente da fatiche ormai passate, il quale frutta per accompagnare il lavoratore ad una serena morte. I vecchietti stanno lì, molli e pacifici, ma nonostante le apparenze essi sono il motore della comunità locale: vanno infatti anche loro ai minimarket, quindi finanziano il minimarketer. Vanno al bar, quindi finanziano il barista. Vanno in farmacia, quindi finanziano il farmacista. Et voilà, anche nella comunità periurbana, dove tutto sembra morto, abbiamo in effetti lo spazio per 3 giovani lavoratori, e di cultura differente! Lo scaffalista del minimarket, il veloce e spigliato barista, e l’altolocato medico che ha studiato in città. Questi paesi-bomboniera esistono realmente! E sono il regalo di molti nonni uniti insieme ai nipoti!

Le comunità periurbane di solito sono ben curate (è più facile organizzarsi fra pochi che fra molti), ma non attraggono turisti né studenti. Forse solo coppie di amanti segreti in fuga dalla metropoli (sono dunque il palco ideale per intimi B&B e trattorie). Dunque è certo: il cuore di una comunità periurbana è SOLO UNO, e sono i vecchi. Attraverso di loro pochi altri giovani lavorano, ma non ci sarà spazio per altri, perché I SOLDI CHE FINANZIANO GLI INVESTIMENTI IN NUOVE IMPRESE DI UTILITÀ SOCIALE vengono da un cuore, quello della classe di anziani residenti, che è ormai debole e stanco. Servirebbe l’intervento diretto di uno Stato o cassa comunale intelligente e sagace, ma i trattati eurocratici dichiarano espressamente reato ogni spassionato intervento statalista nella “libera” economia di una comunità. Quindi al momento non può essere lo Stato la soluzione a questo problema (sebbene sarebbe la più semplice). Con l’improvviso espatrio del farmacista 30-40 enne dal silenzioso borghetto italico, del giovane panettiere e del forzuto bombolaro tutti attratti dalla movida cittadina, anche gli ultimi affezionati vecchietti sarebbero infine costretti ad abbandonare il paese-bomboniera, per stare più vicini ad una strada trafficata, un pub come ad un ospedale ben attrezzato.

Comprendiamo quindi la necessità di istituire COMUNITÀ ORGANICHE alla periferia dei mondi. Dalle dinamiche testé descritte possiamo risalire ad alcune delle caratteristiche che dovrebbero avere.

Intanto, i componenti dovrebbero vedersi sistematicamente ogni 10-15 giorni. Perchè? Perchè in quei luoghi non c’è vita sociale, quindi va creata, ma a costo zero, con creatività e umanità. Il farmacista e il sorridente bombolaro (quello che si occupa delle bombole del gas per tutti) dovrebbero essere trattenuti nel “paese fantasma” se non da una discoteca, almeno da una rete di mutuo-sostegno. Quindi cineforum, pranzi sociali, attività comuni come giochi, discussioni, tombole, gare sportive, estrazioni, corsi (mi raccomando, gratuiti!) di uncinetto, falegnameria e tiro con l’arco. Se si raccolgono anche solo 10 persone di fedelissimi, negli anni, sarà comunque bello! La “famiglia” si sarà allargata. Gli “amici” sono divenuti TESSUTO SOCIALE, primo nodo forte e sicuro di una COMUNITÀ NEORURALE.

La seconda caratteristica che emerge come necessaria di una comunità organica ed oltreurbana, è l’autoproduzione.

Il superamento definitivo del modello di vita imposto dal City System secoli or sono con la rivoluzione inglese (industriale), passa dalla (ri)scoperta di un (antico) modo per fare il più a lungo possibile a meno di un supermercato vicino: farmacisti, panettieri e venditori di professione non possono e non devono più essere le condizioni sine qua non dell’impianto di una cellula di vita (una casa) in campagna:

Se trovi un luogo bellissimo in mezzo alla natura, ha senso non abitarlo perchè a 40 kilometri dal primo centro abitato?

Diventa tu la pietra angolare di un nuovo, meraviglioso punto abitato del globo!

Ma per fare questo è necessario che la comunità neorurale non sia formata solo da pensionati e professionisti dello smartworking. È necessario che siano chi contadino, chi infermiere, chi ingegnere, chi idraulico, chi parrucchiere etc. TUTTI IN RETE E TUTTI PRONTI, A SERVIZIO GRATUITO L’UNO DELL’ALTRO. Per fare  permacultura organica servono pensionati PIONIERI, ereditieri PIONIERI, lavoratori PIONIERI. Per costruire non paesi-bomboniera, ma comunità rurali con un cuore nuovo, vivo e produttivo.

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Attentato a Trump: Dio è con noi?

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La bibbia racconta che Ciro Il Grande non era propriamente un sant’uomo, era egocentrico ma soprattutto… non era ebreo! Non faceva parte del popolo eletto! Eppure la bibbia racconta che Dio stesso lo scelse per liberare il popolo eletto dai suoi oppressori.

Isaia 45:1

Così parla il SIGNORE al suo unto, a Ciro,
che io ho preso per la destra
per atterrare davanti a lui le nazioni,
per sciogliere le cinture ai fianchi dei re,
per aprire davanti a lui le porte,
in modo che nessuna gli resti chiusa
.

Se questo Dio disse di un uomo, un peccatore estraneo alla Legge, ai tempi della bibbia, perché mai non dovrebbe dirlo di un altro uomo, un altro peccatore, ai tempi di oggi, tempi di schiavitù pari a quella babilonese?

Usciamo dalla bibbia e torniamo alla realtà.

Il passo su citato ci ricorda che DIO SCEGLIE CHI VUOLE PER REALIZZARE IL SUO DISEGNO. La saggezza dell’Altissimo è talmente imperscrutabile che anche di viziosi e peccatori può fare le guide “sante” di un popolo. “Sante” non perchè effettivamente sante, ma perché baricentro finale di un disegno che è santo, divino. Costoro estraggono perciò la propria giustizia dal contesto in cui sono chiamati ad operare giustamente – ed in cui di fatto operano giustamente – più che da qualcosa di giusto soltanto interiormente.

Trump è un uomo evidentemente normale, possiede pregi e difetti. Ma avendo familiarità con le logiche della bibbia, potremmo anche pensare che egli sia qualcosa di più. Il fatto poi che sia sfuggito a 2 pallottole a quel modo, lo conferma: possiede il favore degli dei! (si tratterebbe solo di capire se questi “dèi” sono gli angeli di Dio o i demoni di Satana: Hitler fu salvato da angeli demoniaci, attivi come gli altri!).

E come la liberazione degli ebrei da parte di Ciro segnò un punto di svolta nella storia ebraica, la persistenza di Trump alla direzione dell’impero USA – nonostante tutti gli sforzi contrari della massoneria USA – costituisce un punto di svolta nella storia dell’America e del mondo.

Non fu possibile per i massoni uccidere Trump come uccisero Kennedy 50 anni fa.

Ciò vuol dire che non siamo più come 50 anni fa.

Noi, in effetti, l’avevamo capito già da un pezzo. Ma le elite no, non l’avevano capito. Avevano creduto e desiderato fino alla fine che il popolo fosse fermo allo stadio evolutivo del dopoguerra, quello di una umanità debole e spaventata, chiusa, misera, in cerca disperata di agi e divertissement – miope e riverente come Fantozzi – guidata da elementi politici che la aiutassero misericordiosamente a dimenticare, non pensare a nulla, neanche a Dio.

E invece no

L’umanità è cambiata.

Ora c’è il lievito. Per andare al ristorante, un piccolo resto di occidentali non ha accettato di corrompere il proprio dna ed il più antico, biologico, prezioso e delicato sistema immunitario. Per andare al Mcdonald e continuare a comprare le borse di Louis Witton, i russi non hanno accettato di accogliere come salvatori i nazisti ucro-atlantici. Per continuare a curare il proprio orticello sotto una falsa bandiera di bene, interi paesi non hanno accettato di farsi intimidire dalle ennesime minacce democratiche di sanzioni e bombardamenti, e hanno aderito ai BRICS.

50 Anni di consumismo selvaggio hanno infine consumato la stessa povera umanità occidentale. A furia di giocare col fuoco la stessa radice cattiva (della ZIZZANIA) infine si bruciacchiò, perchè adesso la gente è stanca e cerca qualcos’altro; divenuta grano di Dio scopre la sete del Vero, di qualcosa di strutturalmente diverso da quel liberismo che ha consumato tutto, anche la vita morale… Nonostante i suadenti e ben orchestrati cori non angelici ma demoniaci della tv, la gente se n’è accorta che ciò che sta loro poco più innanzi è un orrido precipizio sotto l’arcobaleno!

Accorgendosene soltanto un po’, ci fu quanto bastasse a spostare il cranio di Trump soltanto un po’

Il dito di Dio esiste sempre, e può sempre fare miracoli. Ma può agire visibilmente nella storia soltanto quando l’umanità lo consente!

Una umanità incrancrenita nella dissoluzione etica, nella confusione, sconvolta dalla povertà e, infine, dal covid (che ha tirato giù molte maschere), lo ha infine consentito. E Dio, solo adesso, può intervenire. Un poco, pochissimo, ma abbastanza. Lo abbiamo visto tutti. Perchè il caso non esiste.

Isaia 45:13

Io ho suscitato Ciro, nella giustizia,
e appianerò tutte le sue vie;
egli ricostruirà la mia città
e rimanderà liberi i miei esuli
senza prezzo di riscatto e senza doni”,
dice il Signore degli Eserciti.

Tanto più che ad aprile 2024 UN TALE HA UNA VISIONE (O UN SOGNO) E DESCRIVE L’ATTENTATO DI TRUMP A LUGLIO… PER FILO E PER SEGNO 3 MESI PRIMA CHE ACCADESSE! INCREDIBILE MA VERO! So che siete atei e non volete credere ai vostri occhi e alle vostre orecchie nonostante qualunque prova oggettiva (pena ammettere di aver sprecato una vita nel disamore verso Dio), ma i tempi sono quelli, meccanicamente registrati da youtube e dalla storia.

DUE MINUTI DI ESTRATTO X – Video originale più lungo (44 minuti) caricato ad aprile 2024 su YouTube (finchè i censori DSA lo permetteranno) – CLICCA QUI (l’unica cosa che il veggente sbaglia, è la rottura del timpano di Trump, ciò che non è avvenuto).

Molti usano rimproverare alla bibbia quel rosso appellativo così frequente nell’Antico Testamento: Signore degli Eserciti. Ma esso risorge nel suo necessario senso ontoteologico nei TEMPI DI LOTTA, e vedete, come vedete, quello che viviamo è uno di questi.

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