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Nella mia esperienza pratica purtroppo devo ammettere che, almeno dalle mie parti, praticamente funziona che devi dire e ridire, dirti e ridirti che sei GIÀ sacerdote.
«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1:5)
Il SIGNORE ha giurato e non si pentirà: «Tu sei Sacerdote in eterno, alla maniera di Melchizedek» (salmo 110:4)
ORA, RIPETITELO
Vuoi avere successo in questa tua aspirazione, nella Chiesa 2024? Non vuoi sconcertare la classe esaminatrice vaticana, e facilitarle il lavoro, abbreviando i tempi del tuo calvario personale?
RIPETITELO
Qualcuno si domanderà:
Che male c’è nel ripetersi queste cose, se sono la verità?
Il male sta nel fatto che la Chiesa per il sacerdote è come la sua sposa, e una sposa NON PUÒ E NON DEVE ESSERE PRESA PER LA SOLA VOLONTÀ DEL MARITO.

Ed ecco, io personalmente non tollero la minima forma di violenza nè di astuzia in fatto di amore, dunque – nel mio percorso di discernimento vocazionale – non dissi mai al referente ecclesiastico che prese in carico la mia (presunta) vocazione: “LA SPOSA È MIA IO SONO GIÀ SUO MARITO”. Ingenuamente, candidamente, attendevo di lei l’assenso, un segno (umano ma impastato di Spirito Santo), prima di convogliare a nozze.
Male
Come dicevo, questo ad oggi è male se vuoi accorciare i tempi di valutazione e non disturbare la prospettiva che i più hanno intorno la vocazione al sacerdozio, per i quali quando Gesù chiama alla sua più intima sequela, il vocato si alza di scatto sapendo che sarà non solo discepolo, ma anche consacrato e il preciso genere di consacrato: martire, vergine o crocifisso.
In effetti il mio dubbio non era se fossi stato o no chiamato ad un più stretto discepolato all’età di 17-19 anni – questo era ovvio! Il dubbio riguardava la forma da dare ad esso: prete diocesano o conventuale? A quell’epoca tendevo più al cenobitismo, quindi la vera domanda era: quale convento?

Questo dubbio mi penetrò ben 20 anni, durante i quali non conclusi nulla nella vita. Alla fine mi risolvetti quantunque flebilmente verso il percorso solitario di un prete in una normale parrocchia, ma a causa della DOTTRINA DELL’ASSENSO di cui sopra, che ingolfava alcune risposte e inibiva alcune altre importanti, necessarie premesse (chiedevo conferme definitive esterne), non convinsi mai del tutto il mio pastore vocazionale, che mi cucinò a fuoco lento, molto lento. Devo ammettere, però, anche nel suo disappunto: non capiva una tale ritrosia ad ammettere ufficialmente, davanti a lui e a tutti: io sono già marito della Sposa di Cristo!
IO SONO E SARÒ SACERDOTE DIOCESANO!
Devo dire che neppure i comuni fedeli comprendono la mia DOTTRINA DELL’ASSENSO, pur avendola più e più volte spiegata. A certi devoti pare un’astrusa eresia, ammirando anch’essi il giovine che proclama con coraggio ed orgoglio apostolico:
IO SONO SACERDOTE DALL’ETERNITÀ! ALLA MANIERA DI MELCHIZEDEK!
Ma è chiaro che io – se prima la Sposa non mi dice SI – non lo dirò mai. Anche perchè poi fui “sospeso a tempo indeterminato” per tutt’altri motivi, allorchè al secondo ritiro vocazionale fra una trentina di ragazzuoli la mia guida osservò che volli starmene per i fatti miei, quando “l’uomo di Dio è l’uomo delle relazioni”.
Questo ci dà modo di fare la seguente considerazione.
Se un ragazzo giovane e sconsiderato, in preda al fuoco del Santo Spirito dicesse a tutti:
IO SONO SACERDOTE DALL’ETERNITÀ! SECONDO L’ORDINE DI MELCHIZEDEK!
…il giorno in cui la Chiesa vagliante lo scartasse per un difetto, che ripercussioni avrebbe sulla sua psiche un tale rifiuto, nientemeno che di Dio in persona? Vogliamo pensarci? O vogliamo che se la debba sbrigare lui da solo con il suo psicologo in 20 anni di terapia, mentre noi incoraggiamo simili facili esaltazioni soltanto perchè sono curiose e teatrali, belle da vedere?
No, io non posso incoraggiarle. Tuttavia non posso neppure rendere più accidentato un percorso che è facile per i semplici, complicato per i difficili.
Consiglio quindi a chi dovesse portarsi addosso una razionalità barocca e pesante come la mia, di lavorare di compromesso, o di astuzia, dichiarando persino prontamente e con santa, leggera arroganza di essere ciò che ancora non si è (sacerdoti, diocesani se così anche soltanto ti sembra o desideri), e comportandoti come se già avessi in pieno ciò che ancora non hai (il SI della Sposa) perché è in questa maniera che la Chiesa discernente pare ne esca rassicurata, consolata, infervorata.
Per quanto mi riguarda, pur avendo capito tutto ciò e accettando a malincuore di ricorrere alle strategie della volpe e del crotalo delle sabbie pur di entrare tra le grazie della Chiesa, infine non occorse, essendo giunta in mio soccorso sorella Angela, una suora della fraternità che assisteva i partecipanti al percorso di discernimento vocazionale organizzato dalla diocesi.

Con molta franchezza, l’ultimo giorno del ritiro vocazionale che mi vedeva triste e affranto in molti angoli della casa in cerca di una risposta che non arrivava, esposi a suor Angela proprio la mia DOTTRINA DELL’ASSENSO… e lei la confermò! Non la confermò la mia guida vocazionale nè gli altri 3 sacerdoti che a turno ci assistevano, e presso i quali parlai. Come uniti da una corona mistica, nessuno di essi errò, tutti concordemente sostanzialmente mi dissero: “Se sei sacerdote devi dirlo e dircelo tu, non noi, non la Chiesa”. L’ultimo a riprova di ciò citava quando da bambino celebrava messa per gioco o quando in difficoltà con il proprio referente vocazionale, insistette e reinsistette fino a diventare sacerdote davvero infine.
Bene. Come confermò sorella Angela la tua speciale dottrina vocazionale circa un Assenso Libero e Duplice?
Sorella Angela è una donnona semplice e pratica.
Siano lodate e ringraziate ogni momento quante scelgono di aiutare i passanti per strada come figli, anziché chiudersi in casa con i propri figli.
Mi disse che la AUTOCANDIDATURA al sacerdozio NON E’ ASSOLUTA NE’ VINCOLANTE – significa meno di quanto sembri a parenti e conoscenti esagitati! perchè, logicamente, NON E’ BASTANTE A SE STESSA – ciò che solo agli ingenui così poteva sembrare. Per quanto riguarda le vocazioni al sacerdozio diocesano – continuò – alla fine dell’anno standard di convivenza in sede opportuna (“PROPEDEUTICO” – sostituisce il più noto postulandato nei conventi), PRIMA DELL’INGRESSO IN SEMINARIO, davvero il vescovo locale dovrà pronunciarsi sul candidato, e non sulla base di umori e impressioni personali! Ma di una frequentazione concreta! Al termine dell’anno di propedeutico una relazione addirittura cartacea presenta l’aspirante prete all’autorità ecclesiastica, nei vari aspetti caratteriali emersi.
Ecco, la Sposa di Cristo non è scema e non va posseduta né rapita. Sarà lei a scegliermi, se le piacerò.
E fu così che la donna mi tolse una spina dal cuore.
“Ti piacerebbe diventare prete?” – mi interruppe suor Angela.
– Si.
“Bene, allora fatti quest’anno di propedeutico e vedi come va”.
– Ed io: “Hai ragione”.
Fine di 2 anni di balbuzie.
