A che serve collezionare indulgenze PLENARIE?

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L’indulgenza plenaria è la grazia per la quale il peccatore ottiene di non dover più soffrire nessun (meritato) male fisico per nessuno dei molti peccati che ha commesso.

La Misericordia di Dio ha vinto e la Giustizia di Dio è morta. Se costui morisse dopo aver ricevuto l’indulgenza plenaria, entrerebbe in paradiso SUBITO!

In teoria.

In pratica ci sono delle puntualizzazioni da fare.

Maria Simma – nota mistica e messaggera delle anime purganti – ha rivelato che l’indulgenza plenaria realizza quanto dichiara solo presso chi è intimamente libero ANCHE DALLA AFFEZIONE AI PECCATI COMMESSI.

Occorre soffermarsi su questo punto.

In effetti, come potrei mai guardare Dio faccia a faccia – come tipico di qualsiasi abitante del paradiso – se amo un peccato anche piccolo piccolo in cuor mio? È ovvio che questa mia ombra interna mi impedirebbe di godere appieno della visione del Signore, quindi non serve che il Signore si dia a me al 100% …perchè IO NON MI SONO DATO A LUI AL 100%!

Lo capisci?

Nessuna prescrizione liturgica materiale – nel caso in oggetto, l’indulgenza plenaria – può creare ciò che ancora non esiste nel tuo cuore: un amore “disperato” di Dio, così alto da non volerlo offendere giammai neppure venialmente!

Nè l’indulgenza plenaria nè una potente benedizione nè una preghiera, una messa o un esorcismo possono generare un cuore che muore dal desiderio di consegnarsi a Dio mani e piedi! Sensibile e del tutto obbediente ai divini bisbiglii interiori!

Tuttavia se il peccatore, dopo aver tanto peccato – ed una vita vissuto – raggiungesse un simile perfezione d’amore, ecco, allora sarebbe ben degno di un incontro IMMEDIATO col Signore!

Tuttavia… altrettanto velocemente LA GIUSTIZIA DI DIO SI FRAPPORREBBE FRA LUI E L’AMATO.

Dicevamo, ad un tale peccatore servì una vita ingolfata nei peccati per capire che essi non valgono una mattonella rotta del bagno. Diamine, quanti peccati fece! Ma quante cose comprese infine! Quanto pianto, dolore e amore ha maturato – ormai troppo tardi – per il Signore che ha offeso e tradito!

Ecco un tale uomo è del tutto analogo a milioni di anime che in purgatorio patiscono la Giustizia del Signore in forma di fuoco purificatore, prima dell’ingresso in paradiso. Ma lui, diversamente dalle anime purganti, È ANCORA VIVO!

Ecco.

Se un tale cuore ancora in vita ricevesse l’indulgenza PLENARIA, morto in quell’istante entrerebbe in paradiso senza passare dal purgatorio. È un miracolo? Si. Dio concede miracoli, così, senza un perchè? Si. Ma se nell’uomo vi fosse AFFETTO al peccato (pur confessato – molti ricadono nello stesso peccato dopo averlo confessato perchè hanno in loro amore per il peccato!), la grazia liturgica dell’indulgenza plenaria non raggiunge l’obiettivo originario.

E allora spiegami, in quest’ultimo caso a che servirebbe accumulare una, due, dieci, centomila indulgenze plenarie?

Maria Simma ed anche il magistero cattolico insegnano che una o più indulgenze plenarie POSSONO ESSERE “APPLICATE” AI DEFUNTI… quelli che in purgatorio HANNO GIÀ UN CUORE PERFETTO ma devono ancora espiare i propri peccati attraverso croci più o meno pesanti per soddisfare la Divina Giustizia (inaggirabile – chi non paga in vita pagherà dopo!).

Tu dunque per la freddezza del tuo cuore non puoi al momento ricevere la grazia che l’indulgenza plenaria per statuto eroga e che con confessione-eucaristia-preghiera in quel giorno speciale ti sei acquistato, ma la riceveranno altri cuori!

Per ogni indulgenza plenaria “collezionata” nei giorni sanciti dalla Chiesa (ad es. 16 luglio, 2 agosto, 14 settembre, a pasqua natale etc), tu ottieni la LIBERAZIONE DI 1 ANIMA CHE DIVERRÀ TUA MEDIATRICE DAVANTI ALL’ALTISSIMO.

Non è una grazia di poco conto. Costei potrà pregare per te quando nessuno lo farà, e tu su un letto d’ospedale ottenere una grazia insperata; oppure potresti ricevere a causa sua una speciale illuminazione in un giorno di ordinaria amministrazione. A te sembrerà una casuale conquista personale ed invece…

Attraverso questa pia pratica cielo e terra si uniscono come attraverso una diga: le grazie della Chiesa di Cristo piovono abbondanti sulla terra, fra gli uomini; il surplus che essi non possono raccogliere, defluisce verso i popoli dell’oltretomba attraverso condutture misteriose, di cui tu sei la valvola.

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Il fondamento VIVO della teologia morale cattolica: le Persone

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L’azione morale è per sua natura inter-azione con altri.

Nessun giudizio morale sarebbe possibile in un mondo abitato da me soltanto! Qualsiasi nefandezza compiuta o soltanto concepita, valutata da me medesimo sarebbe infine da me giudicata senz’altro “giusta”. Dall’esistenza dell’Altro o di un altro, quindi, la teologia morale attinge la sua propria esistenza, il suo statuto ed i suoi limiti.

La teologia morale esiste per le persone, a causa delle persone ed in vista delle persone in relazione reciproca, ed il suo soggetto più verace non è tanto il soggetto individualmente considerato (come vuole il liberalismo o il paganesimo anarcoide) quanto l’uomo-in-società. Ogni persona infatti nasce fisiologicamente dall’unione di più persone e non può che realizzarsi non già nell’isolamento ma in una società di persone. L’individuo giunge quindi a maturità interiore abbandonando il suo essere separato dagli altri.

Il magistero, prendendo atto di ciò, dichiara la dimensione «ecclesiale» (“assembleare”), dimensione propriamente umana, essa è il vivo (e poco immaginario) fondamento della etica cristiana (!) che diventa una ETICA RELAZIONALE1 (o “responsoriale”) più che espressamente raziocinativa o meditativa. Il soggetto etico cristiano si costituisce nel contesto ecclesiale come un bimbo si costituisce in ogni sua parte nel grembo di una donna, ma centro palpitante di ogni “contesto ecclesiale” è l’azione liturgico-sacramentale, quindi la morale del credente ha in verità poco a che fare con la “natura” o la “filosofia”: è figlia dell’eucaristia! La «teologia morale cattolica» parla in effetti della morale concepita non da uomini qualsiasi, ma da una particolare specie di persone, i cattolici, quali uomini-in-cristo che dimorano e agiscono nella Chiesa quale:

  1. Istituzione (mondana) e complesso di norme giuridiche (cartacee);
  2. Luogo di convivenza fraterna (parrocchia, convento, etc);
  3. Entità mistica (corpo di Cristo).

Ed ecco… in che maniera la Chiesa gestisce o ha gestito storicamente questo dato? Questa sua coscienza di essere per i fedeli contemporaneamente spirito, casa e corpo?

La parrocchia è oggi il luogo più immediato e naturale di confluenza di tutti i credenti verso una prima società cristiana locale, ma ad oggi la comune vita parrocchiale non sembra sufficientemente illuminata. Si registra ovunque la tendenza dei parrocchiani ad unirsi attorno ad un “leader” per farsi “devoti” di un parrocco che si vede più come “inviato”, “messia” e “maestro” che come “servo dei servi”. In questo tipo di prete il bisogno di generare una comunità organica è periferico al suo bisogno di essere protagonista di quella comunità come comandante, “capitano” (della «barca di Pietro») o “gestore risorse umane”.

Allora è evidente che ad oggi purtroppo madre-chiesa non fomenta presso i suoi figli una vera CULTURA DELLA COMUNIONE, bensì una più modesta CULTURA DEI GRUPPI (gruppo di preghiera, gruppo canto, gruppo scout; gruppo oratorio, gruppo catechisti, lettori, cresimandi etc).

Mentre una buona comunità (cattolica) si autogoverna e si autorganizza secondo principi (cattolici) semplicemente ribaditi da questo o quel “servo dei servi”, in un gruppo di azione cattolica il principio di corresponsabilità verso la salute globale della società cristiana locale è soltanto accennato, l’obiettivo sfumato ed il filo rosso che lega tutte le attività parrocchiali, molto fragile, delicato. Resta dunque nei casi più comuni un insieme di fedeli che si prestano molto volenterosamente a questa o quella attività cristiana, ma che tutti insieme, però, difficilmente si percepiscono 1 ed una sola comunità…una sola, grande famiglia.2

Dal punto di vista pedagogico, la causa di questo difetto o fallimento potrebbe essere una mancata insistenza da parte dei pastori sulla «Etica della Resposabilità», laddove aleggia ancora tra le chiese con fare minaccioso, la «Etica della Norma».

La Chiesa si è limitata per molto tempo a giudicare i comportamenti umani solo in base alla loro conformità ed «efficienza» rispetto alle norme ecclesiali, ma questo ha finito per svuotarne la pastorale di un genuino senso di eticità. Lo sanno tutti benissmo che ogni adeguamento meccanico alla norma, seppure divina, “disidrata” il «mondo della vita» dentro e fuori l’uomo. Ma l’esaltazione per il «risultato» etico raggiunto – il «sentirsi a posto» nella liturgia – maschera presto la sinistra ambiguità della percezione originaria. Affrontata frontalmente, del resto, sarebbe arduo sfuggire ad essa.

Una strategia di sterilizzazione potrebbe essere, come abbiamo detto, la sostituzione consapevole e sistematica – in ambito scolastico, accademico e pastorale – dellaEtica della Norma con la Etica della Responsabilità.

Il concetto di Responsabilità non esclude il vasto e complesso dinamismo di istinti, tendenze, disposizioni mentali, abitudini caratteriali e/o acquisite, tratti ereditari. Non reprime tutte queste cose, ma le presuppone affinchè ci sia un esercizio organico dell’Etica. La perfezione morale cattolica diventa così non già «dimenticare in fretta» le «cose brutte» onde «eseguire la norma santa», ma prendere coscienza delle forze compulsive-psicofisiche mie proprie, possederle, superarle, e donarle bellamente.

Il dono del proprio corpo e della propria psiche può essere fatto ad un maschio o ad una femmina, marito o moglie, ma anche ad una comunità, istituzione, azienda o parrocchia. Parteciparvi vitalmente, dall’osservatorio privilegiato cui inerpicandoci siamo giunti, diventa non già l’ennesimo «adeguamento alla norma» stavolta di utilità sociale proposta/imposta dalla Chiesa, ma ciò di cui ho bisogno per essere veramente uomo. Responsabile verso tutti gli altri uomini in generale, e verso il compagno/a o l’associazione che mi sono scelto in particolare. Allora l’ambiente parrocchiale diventa un mezzo proposto dalla modernità come tanti altri per esercitare la propria Umanità, non propriamente il luogo ove incarnare la normativa ecclesiastica, esercitare asceticamente le “virtù” della mortificazione interiore e «diventare santi».


N O T E

1 Purtroppo o per fortuna la legge mosaica non indugia in massime di natura “contemplativa” come invece piace fare al Budda e alla spiritualità orientale in genere (indiana, taoista etc); l’Antico Testamento prova a disciplinare direttamente 2 relazioni fondamentali: con Dio e con il prossimo, fino alla plateale, dolorosa rinuncia del proprio diritto per affermare il diritto dell’altro, con Cristo nel Nuovo Testamento (cfr. Mt 10, 39).
L’etica biblica è un’etica d’amore non tanto perchè in mezzo alle sue guerre e ai suoi complotti troviamo l’amore, quanto perchè è una «Etica della Relazione» nel seguente senso: il fedele è chiamato da Dio in persona a fidarsi di Dio, uscendo dalla terra del proprio sè per abitare un’altra terra, sconosciuta – la «terra promessa» – terra dell’Altro e di un altro, di cui ha imparato a fidarsi alla stregua di Dio (ciò però non significa che gli ebrei in vista de «La Promessa» debbano rubare la terra ai palestinesi!).

2 L’insistente richiamo magisteriale alla «koinonia» o all’amore “agapico” non intende incalzare la formazione di una comunità “psichica”, ma qualcosa di più profondo, sorgente di tutti gli altri buoni comportamenti cristiani, che è difficile definire. E’ comunione spirituale, inter e intraecclesiale, che forse trova l’immagine più esemplicificativa nella «cena del Signore»: lo stesso pezzetto di cibo entra e viene digerito da tutti, ma siccome è cibo divino, ecco che è esso stesso a divorare tutti. Poichè Dio è buono e conosce fino in fondo ciascuno dei suoi commensali, anche i suoi commensali, che si sono nutriti di Lui, si conosceranno tra loro, si ameranno, e saranno «una sola cosa». Da qui la «koinonia». «Poichè vi è un solo pane, noi siamo, benchè molti, un solo corpo» (1Cor 10, 17). Da qui «fare la comunione» che non è «fare comunità».

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Il fondamento RAZIONALE e DOGMATICO della Teologia Morale Cattolica

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La fede non la scienza o la razionalità è perno della «novità di vita» proposta da Gesù.

Ma se per la Chiesa «la ragione non è tutto», lo è allora la fede?

Non completamente.

Nei secoli successivi la venuta di Gesù, alcuni importanti dottori della Chiesa (ad es. San Tommaso, Sant’Agostino) hanno puntualizzato che la fede è razionale – e può essere “detta” attraverso la razionalità – tuttavia essa, precisano, è anche mistero! Quindi la vita di fede è entrambe le cose: razionale ed “irrazionale” insieme! Nel senso che non può esaurirsi nella ragione naturale e non può essere comunicata esattamente attraverso i modi e gli strumenti della ragione (libri, parole, esperienze).

I valori che si pongono a guida di ogni azione morale infatti non è sufficiente saperli, è necessario sentirli. La loro assimilazione – che costituisce l’ossatura di ogni personale Conoscenza Morale – non coincide con la semplice informazione: esige del tempo durante il quale il medesimo valore venga più e più volte riproposto e masticato, affinchè si sedimenti con sicurezza nella profondità dell’io (come con la pubblicità in tv!). DIETRO I VALORI PROPUGNATI DALLA CHIESA CATTOLICA NON VI E’ UNA RAGIONE INECCEPIBILE, VI E’ UN CAMMINO educativo (autonomo, liberamente scelto).

E c’è di più.

Anche quando sembrano esserci argomentazioni palesemente razionali a sostegno dei valori e dell’agire morale di una persona, queste non sono mai “pure”: molto spesso emergono da pre-comprensioni, condizionamenti culturali e persino neurologici di cui ben pochi uomini sono pienamente coscienti1, e se è vero quel che dicono alcuni teologi (ad es. Bernardo di Chiaravalle) – e cioè che l’uomo a causa del peccato originale è nativamente intriso di concupiscienza, oscurità ed errori – tutte le conclusioni della umana ragione non sono solo incomplete, ma anche strutturalmente inaffidabili.

La Teologia Morale Cattolica cerca di barcamenarsi tra due tentazioni opposte: quella di sviluppare una morale TEONOMA, cioè derivata unicamente dalla Sacra Scrittura (quindi ricevuta dall’alto), e quella di sviluppare una morale NATURALE, cioè desunta unicamente dalla intelligenza umana o saggezza popolare (quindi proveniente dal basso).

L’Etica Naturale verte sulla fiducia dell’uomo di poter vedere, scegliere ed operare il bene completamente da solo, separandolo dal male in maniera altrettanto sovrana e perfetta!2

L’Etica della Fede consegna invece un uomo fondato sul testo sacro per mezzo di una sacra istituzione, che ha espunto da sè l’incertezza propria di ogni ragione popolare, storica e naturale, ma integralmente diffidente verso le proprie capacità, quindi molto poco incline a valutare (e tantomeno scegliere) l’una o l’altra norma etica in piena autonomia. Egli si fida solo “del Libro” (o del Papa di turno), disprezzando «i laici».

Laddove nel primo caso abbiamo un individuo coraggioso e spregiudicato ma valorialmente volubile, nel secondo potremmo averlo impaurito, ma valorialmente più consistente e lineare.

La virtù dell’EQUILIBRIO impone ai cattolici di sviluppare una posizione di compromesso tra i due estremi – razionalismo e dogmatismo – coinvolgendo nella maturazione della propria etica personale le categorie di Natura, Ragione, Spirito e Rivelazione in proporzione adeguata, non dimenticando nel frattempo di coltivare l’Etica della Partecipazione anche ad un mondo secolarizzato che, per quanto irrimedialmente perduto appaia, può sempre contenere qualcosa di originariamente buono e rispettabile: le vive persone, con le loro ragioni e i loro sentimenti. Del resto quando la bibbia parla di «conoscenza della legge» (cfr. Rom 7, 1), malgrado le apparenze non si riferisce affatto ad uno speciale sapere teoretico, ma ad un sapere esperienziale che emerge nella coscienza allorquando si è adempiuta la volontà di Dio.


N O T E

1 La «Opzione Fondamentale» non è un processo psichico del tutto conscio. Con questa espressione la dottrina morale della Chiesa cattolica intende la predecisione – situata in un punto non sempre chiaro ma del tutto determinato della nostra storia personale – di finalizzare la propria esistenza al Bene/Dio, al male o a qualcosa di mezzo fra i due. Non stiamo qui soffermandoci su cosa si sceglie, ma sul fatto che il soggetto sta scegliendo qualcosa, perchè non può più ritardare una tale scelta spirituale. E’ questo sacro momento che pre-orienta e, segretamente, seleziona da quel punto in avanti tutte le circostanze che permetteranno alla morale che abbiamo già scelto, di venir fuori, trovando nella storia argomenti e giustificazioni. Si tratta di un “disegno di fondo” che conforma le scelte e gli atti morali verso l’idea di autorealizzazione immaginata. La «Opzione Fondamentale» non è ancora “eterna”, tuttavia una volta conseguita è molto tenace, stabile e coerente, e solo grandi esperienze ed acquisizioni successive possono mutarne il segno.

2 Il PRIMATO DEL SOGGETTO è sicuramente il fattore costitutivo della cultura occidentale, dall’illuminismo al transgenderismo, ma non è tutto oro quello che luccica! Il tentativo politico dei gruppi economici di ridurre a nulla i potenti Stati nazionali (e i popoli democraticamente organizzati sotto di essi), non poteva generarsi dal nulla, ma richiedeva un capovolgimento valoriale ed un deciso transito dal senso di giustizia (sociale) ad una eccitazione estrema per la libertà (privata). La «Etica Naturale» dove uomini tutti nella propria isola deserta scelgono liberamente cosa è Bene e cosa è Male come naturali monarchi, dunque, non è poi così “naturale”! E’ il prodotto culturale (ben riuscito) di un fine lavorio politico spalmato nell’arco di almeno 3 secoli.

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Vocazione al sacerdozio diocesano: come funziona praticamente nel 2024

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Nella mia esperienza pratica purtroppo devo ammettere che, almeno dalle mie parti, praticamente funziona che devi dire e ridire, dirti e ridirti che sei GIÀ sacerdote.

«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1:5)
Il SIGNORE ha giurato e non si pentirà: «Tu sei Sacerdote in eterno, alla maniera di Melchizedek» (salmo 110:4)

ORA, RIPETITELO

Vuoi avere successo in questa tua aspirazione, nella Chiesa 2024? Non vuoi sconcertare la classe esaminatrice vaticana, e facilitarle il lavoro, abbreviando i tempi del tuo calvario personale?

RIPETITELO

Qualcuno si domanderà:

Che male c’è nel ripetersi queste cose, se sono la verità?

Il male sta nel fatto che la Chiesa per il sacerdote è come la sua sposa, e una sposa NON PUÒ E NON DEVE ESSERE PRESA PER LA SOLA VOLONTÀ DEL MARITO.

Ed ecco, io personalmente non tollero la minima forma di violenza nè di astuzia in fatto di amore, dunque – nel mio percorso di discernimento vocazionale – non dissi mai al referente ecclesiastico che prese in carico la mia (presunta) vocazione: “LA SPOSA È MIA IO SONO GIÀ SUO MARITO”. Ingenuamente, candidamente, attendevo di lei l’assenso, un segno (umano ma impastato di Spirito Santo), prima di convogliare a nozze.

Male

Come dicevo, questo ad oggi è male se vuoi accorciare i tempi di valutazione e non disturbare la prospettiva che i più hanno intorno la vocazione al sacerdozio, per i quali quando Gesù chiama alla sua più intima sequela, il vocato si alza di scatto sapendo che sarà non solo discepolo, ma anche consacrato e il preciso genere di consacrato: martire, vergine o crocifisso.

In effetti il mio dubbio non era se fossi stato o no chiamato ad un più stretto discepolato all’età di 17-19 anni – questo era ovvio! Il dubbio riguardava la forma da dare ad esso: prete diocesano o conventuale? A quell’epoca tendevo più al cenobitismo, quindi la vera domanda era: quale convento?

Questo dubbio mi penetrò ben 20 anni, durante i quali non conclusi nulla nella vita. Alla fine mi risolvetti quantunque flebilmente verso il percorso solitario di un prete in una normale parrocchia, ma a causa della DOTTRINA DELL’ASSENSO di cui sopra, che ingolfava alcune risposte e inibiva alcune altre importanti, necessarie premesse (chiedevo conferme definitive esterne), non convinsi mai del tutto il mio pastore vocazionale, che mi cucinò a fuoco lento, molto lento. Devo ammettere, però, anche nel suo disappunto: non capiva una tale ritrosia ad ammettere ufficialmente, davanti a lui e a tutti: io sono già marito della Sposa di Cristo!

IO SONO E SARÒ SACERDOTE DIOCESANO!

Devo dire che neppure i comuni fedeli comprendono la mia DOTTRINA DELL’ASSENSO, pur avendola più e più volte spiegata. A certi devoti pare un’astrusa eresia, ammirando anch’essi il giovine che proclama con coraggio ed orgoglio apostolico:

IO SONO SACERDOTE DALL’ETERNITÀ! ALLA MANIERA DI MELCHIZEDEK!

Ma è chiaro che io – se prima la Sposa non mi dice SI – non lo dirò mai. Anche perchè poi fui “sospeso a tempo indeterminato” per tutt’altri motivi, allorchè al secondo ritiro vocazionale fra una trentina di ragazzuoli la mia guida osservò che volli starmene per i fatti miei, quando “l’uomo di Dio è l’uomo delle relazioni”.

Questo ci dà modo di fare la seguente considerazione.

Se un ragazzo giovane e sconsiderato, in preda al fuoco del Santo Spirito dicesse a tutti:

IO SONO SACERDOTE DALL’ETERNITÀ! SECONDO L’ORDINE DI MELCHIZEDEK!

…il giorno in cui la Chiesa vagliante lo scartasse per un difetto, che ripercussioni avrebbe sulla sua psiche un tale rifiuto, nientemeno che di Dio in persona? Vogliamo pensarci? O vogliamo che se la debba sbrigare lui da solo con il suo psicologo in 20 anni di terapia, mentre noi incoraggiamo simili facili esaltazioni soltanto perchè sono curiose e teatrali, belle da vedere?

No, io non posso incoraggiarle. Tuttavia non posso neppure rendere più accidentato un percorso che è facile per i semplici, complicato per i difficili.

Consiglio quindi a chi dovesse portarsi addosso una razionalità barocca e pesante come la mia, di lavorare di compromesso, o di astuzia, dichiarando persino prontamente e con santa, leggera arroganza di essere ciò che ancora non si è (sacerdoti, diocesani se così anche soltanto ti sembra o desideri), e comportandoti come se già avessi in pieno ciò che ancora non hai (il SI della Sposa) perché è in questa maniera che la Chiesa discernente pare ne esca rassicurata, consolata, infervorata.

Per quanto mi riguarda, pur avendo capito tutto ciò e accettando a malincuore di ricorrere alle strategie della volpe e del crotalo delle sabbie pur di entrare tra le grazie della Chiesa, infine non occorse, essendo giunta in mio soccorso sorella Angela, una suora della fraternità che assisteva i partecipanti al percorso di discernimento vocazionale organizzato dalla diocesi.

Con molta franchezza, l’ultimo giorno del ritiro vocazionale che mi vedeva triste e affranto in molti angoli della casa in cerca di una risposta che non arrivava, esposi a suor Angela proprio la mia DOTTRINA DELL’ASSENSO… e lei la confermò! Non la confermò la mia guida vocazionale nè gli altri 3 sacerdoti che a turno ci assistevano, e presso i quali parlai. Come uniti da una corona mistica, nessuno di essi errò, tutti concordemente sostanzialmente mi dissero: “Se sei sacerdote devi dirlo e dircelo tu, non noi, non la Chiesa”. L’ultimo a riprova di ciò citava quando da bambino celebrava messa per gioco o quando in difficoltà con il proprio referente vocazionale, insistette e reinsistette fino a diventare sacerdote davvero infine.

Bene. Come confermò sorella Angela la tua speciale dottrina vocazionale circa un Assenso Libero e Duplice?

Sorella Angela è una donnona semplice e pratica.

Siano lodate e ringraziate ogni momento quante scelgono di aiutare i passanti per strada come figli, anziché chiudersi in casa con i propri figli.

Mi disse che la AUTOCANDIDATURA al sacerdozio NON E’ ASSOLUTA NE’ VINCOLANTE – significa meno di quanto sembri a parenti e conoscenti esagitati! perchè, logicamente, NON E’ BASTANTE A SE STESSA – ciò che solo agli ingenui così poteva sembrare. Per quanto riguarda le vocazioni al sacerdozio diocesano – continuò – alla fine dell’anno standard di convivenza in sede opportuna (“PROPEDEUTICO” – sostituisce il più noto postulandato nei conventi), PRIMA DELL’INGRESSO IN SEMINARIO, davvero il vescovo locale dovrà pronunciarsi sul candidato, e non sulla base di umori e impressioni personali! Ma di una frequentazione concreta! Al termine dell’anno di propedeutico una relazione addirittura cartacea presenta l’aspirante prete all’autorità ecclesiastica, nei vari aspetti caratteriali emersi.

Ecco, la Sposa di Cristo non è scema e non va posseduta né rapita. Sarà lei a scegliermi, se le piacerò.

E fu così che la donna mi tolse una spina dal cuore.

“Ti piacerebbe diventare prete?” – mi interruppe suor Angela.
– Si.
“Bene, allora fatti quest’anno di propedeutico e vedi come va”.
Ed io: “Hai ragione”.

Fine di 2 anni di balbuzie.

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I cani sentono Gesù Eucaristia meglio degli uomini

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Padre Albert J. Byrne, in un articolo intitolato “Nature’s Evidence of the Real Presence” (“Una prova naturale della Presenza Reale”), racconta di un episodio quantomeno curioso, particolare, accaduto nel 1995, durante l’ultimo giorno di visita di San Giovanni Paolo II negli Stati Uniti.

Un programma fitto fra incontri istituzionali, visite apostoliche, preghiere e messe. Tutti volevano salutarlo, quando il Papa pensò di salutare prima Gesù Eucaristia in una cappella li vicino (quella del seminario “Santa Maria”). Immediatamente, i poliziotti e i responsabili della struttura si adoperarono per controllare i luoghi dove il Santo Padre stava per dirigersi, con attenzione particolare alla cappella.

I cani addestrati (quelli che aiutano a trovare le persone sotto le macerie di un terremoto) vennero impiegati per il controllo di eventuali malintenzionati nascosti in chiesa. Annusarono e controllarono tutto, guidati dalle forze dell’ordine e dai loro addestratori, finchè arrivarono davanti al tabernacolo che conserva le specie di Gesù Eucaristico.

Fra lo stupore e il sorriso di tutti, rimasero a guardare fisso verso l’Eucarestia, immobili e assorti allo stesso modo in cui facevano quando sotto le macerie fiutavano o percepivano la presenza di una persona.

Non volevano essere distolti. All’avvicinarsi dei loro addestratori, ringhiavano. Stavano avendo una visione o cos’altro? “Per loro, lì dentro c’era una persona nascosta” – racconta Padre Albert nel resoconto di quella giornata.

Solo dopo qualche minuto gli addestratori riuscirono a farli allontanare, ma ormai era chiaro: gli animali avevano capito che in quel tabernacolo c’era qualcosa di vivo. O qualcuno.

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La permacultura è Cultura del Rispetto delle diversità create da madre-natura

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“Permacultura” significa “cultura permanente per il mantenimento della terra”. Anche la Terra è una, uno il pianeta ed uno il suo spirito. Quindi la permacultura dovrebbe essere una. In teoria. In pratica non è quasi mai così.

Ogni pianeta, a causa della sua forma sferica, ha un clima differente passando all’equatore ai poli, esponendo gli abitanti a cibo differente, reazioni differenti, tradizioni e stili di vita differenti.

Ogni pianeta, a causa della distribuzione varia e irregolare, casuale, delle risorse sulla sua superficie, dispone gli abitanti a lavori diversi da luogo a luogo, necessità diverse, comportamenti diversi, quindi abitudini differenti e differente cultura.

Ogni pianeta, a causa delle sue dimensioni più o meno grandi, può essere più o meno interamente e più o meno velocemente colonizzato dal medesimo popolo. Cosi, i territori più lontani o difficilmente raggiungibili normalmente finiscono per costituire NICCHIE in cui alcuni primi pionieri, pochi e solitari avventurieri copulano nell’isolamento dando modo al proprio peculiare seme genetico di affermarsi (non c’è “concorrenza”), ampliarsi e perfezionarsi, divenendo infine qualcosa di UNICO. Pur all’interno della stessa specie nascono così RAZZE (per gli animali) e CULTIVAR (per le piante) visibilmente diverse.

Tutto ciò premesso, si comprende come mai la permacultura non possa essere una, ma molte. Esistono molti modi diversi di mantenere in salute un pianeta, e – apriti cielo – sono TUTTI VALIDI, finchè TUTTI ADATTI ALLA CULTURA E ALLA STORIA LOCALE (da qui la correttezza procedurale del multipolarismo dei BRICS piuttosto che dell’unipolarismo dell”UNICO BENE euroamericano).

Nel momento in cui una Nazione (intesa come elite politica alla guida di un gregge) esiste perchè esiste un Popolo che non ha voluto sciogliersi o confluire in altri popoli e culture, ecco che sorge anche una PERMACULTURA NAZIONALE quindi permacultura italiana o permacultura spagnola o permacultura norvegese come insieme di tecniche e idee atte a far sopravvivere e prosperare al 100% la identità storico-sociale LOCALE, non quella turca, americana o africana!

La permacultura è cultura-del-territorio; possiamo un po’ pensarla come la corrente ideologica di fondo, naturale, del popolo che abita un determinato ecosistema per continuare a vivere li – e viverci bene e molto bene – non per morirci, morirci di fame o perdersi in nome del “Tutto” e del nulla al tempo stesso, di un “Globale” senza volto, principe o principessa dell’indifferenziata!

Una razza è razza, un cinese è un cinese e non è un pellerossa nè un alto e robusto etiope. Pur volendo tutti fare l’amore ed unirsi in una corona globale, tali differenze permangono non solo nei libri di storia che possono essere ignorati o dimenticati, ma nella carne e nei volti che non possono essere ignorati a lungo.

PER SOPRAVVIVERE CON ONORE E ORGOGLIO COME RICCHEZZA DI UN PIANETA, TUTTE LE DIFFERENTI STORIE E CULTURE E LE PECULIARITÀ GENETICHE HANNO BISOGNO DI UN TERRITORIO SOVRANO IN CUI REGNARE

Se in una sola battuta vogliamo riassumere la permacultura, possiamo definirla come cultura-del-rispetto, del rispetto del grande come del piccolo.

Del grande: è il rispetto che impedisce a un popolo civile, evoluto, grande e tecnologicamente potente, di invadere nicchie e pianeti abitati da crudeli popoli primitivi. Quanta “permacultura” ci vuole per capire questo?

Del piccolo: è il rispetto che impedisce a un potente ADMIN di gruppi facebook come di canali televisivi ed aule universitarie, di bannare chi sottopone il potere a critiche che se espresse, potrebbero persuadere altri logorando l’autorità che egli rappresenta e la “pace” statuita. Quanta permacultura ci vuole per utilizzare i feedback negativi per migliorarsi e non per punire il dissenziente?

Dalle risposte capiremo quanto siamo noi personalmente distanti dalla unica, vera, grande permacultura, madre di tutte quelle più piccole (insiemi locali di tecniche locali per la sopravvivenza di una cultura locale).

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‘Una preghiera fatta col cuore ha più valore di una messa!’

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Quanto dici è vero e falso allo stesso tempo. Infatti anche l’oro ha più valore dell’argento, ma in un pianeta in cui l’oro fosse più abbondante dell’argento, l’argento varrebbe più dell’oro. Spesso perciò occorre sondare le condizioni che si pongono all’origine di importanti differenze di valutazione.

Partiamo dalla seguente considerazione.

LA MEDITAZIONE DI LUCE

Il tuo sentirti bene emettendo buoni pensieri e meditazioni di luce ha valore soltanto per il tuo corpo (che morirà). Lo fa stare meglio (in vita). Diciamo che dopo tante meditazioni di luce, morirai con un sorriso di luce. E siccome non eri cattivo, andrai in un posto di luce.

Ma se eri soltanto un bravo psicologo?

Se in fondo al cuore eri una persona mediocre ma nata con la straordinaria abilità di vivere intelligentemente per se stessa fregandosene opportunamente degli altri con un gran sorriso di luce stampato in faccia, ebbene in questo caso nel giorno della morte del tuo corpo fisico non potrai occupare nell’aldilà un posto di luce.

Ergo, le meditazioni di luce non salvano in sé stesse nè migliorano la persona, ma soltanto l'umore.

LA PREGHIERA DEL CUORE

Ora certo una “MEDITAZIONE DI LUCE” non è una “PREGHIERA DEL CUORE”. Questa seconda attività spirituale sembra più altruistica della prima, quindi più distintiva di una grazia speciale, e tuttavia anche questa, come la prima, dinanzi a Dio – che vede macchie persino negli angeli – ha un limite!

Provo a illustrarlo.

Vedi, è cosa buona e giusta pregare col cuore per la salvezza del prossimo, ma non tutte le preghiere sono uguali. Alcune – è sgradevole ammetterlo – sono più opache, meno brillanti! Così, la preghiera del cuore destinata ad un estraneo pure malvagio è più alta di un’altra ugualmente ardente ma destinata ad impetrare la eterna grazia di una ottima salute per te, tua moglie e i tuoi figli, cioè, in ultima analisi, per la propria stessa carne!

In secondo luogo, una preghiera, per quanto pura, resta una preghiera!

Chi sei tu che preghi?

Sei tu un dio?

Sei solo un uomo. Hai mai commesso qualche peccato? Bene. Ricordalo. Perchè mai l’Altissimo – colui nel cui occhio stanno l’oceano e tutti i pianeti – dovrebbe esaudire proprio la tua preghiera e non quella di altre 101 creature dallo spirito certamente più nobile e vasto del tuo? Esse ti precedono… e ti precederanno per sempre! Ci avevi mai pensato?

È spiacevole evidenziarlo ma... neppure la preghiera salva in sé, malgrado - questa si - renda un pò più bella l'anima che la fa.

LA MESSA

LA CROCE DI CRISTO SALVA L’UMANITA’ (non solo te stesso) perché CRISTO HA PAGATO PER TUTTA LA UMANA MEDIOCRITÀ. Grazie a Cristo recuperi se non la parità almeno l’innocenza al cospetto del Creatore. Non solo. Cristo offre a te il suo proprio sangue, che è divino, per impetrare con esso le grazie che più ritieni necessarie.

Ergo, non sei più piccolo, povero e insignificante.

Grazie a Cristo hai in mano gli strumenti di Cristo per dare un peso decente alla tue preghiere nonchè al tuo cuore peccatore che prega.

Ma praticamente come pervieni a questi beni?

Pervieni a questi beni grazie al RITO DELLA MESSA che è una continua e velata commemorazione del sacrificio di Cristo. Con la “comunione” ti fai fratello di Cristo, coi vantaggi e gli svantaggi (le responsabilità) che ciò comporta.

Se non riconosci tutto questo, torni piccolo, solo e povero dinanzi alla Infinita Giustizia di Dio. È ovvio che essa prima o poi ti distruggerà!

Per tutti questi motivi non è corretto dire che una preghiera, pur fatta col cuore, ha più valore del pane e del vino consacrati in una messa. E non è giusto dire che i tuoi pensieri, pur buoni pii e dolcissimi, siano più preziosi del rossissimo calvario e del luttuoso manto della Vergine.

Le “meditazioni di luce” – come lo yoga e gli esercizi di relax – potrebbero effettivamente portare salute alle tue membra, ma ristorano il mondo e non solo la tua psiche, quanto più e quanto meglio sono stretti alla Croce di Cristo e alla sua messa. Onorando quei momenti storici e liturgici, onori Gesù; onorando Gesù, Gesù stesso ti onorerà, condividendo con te i suoi talenti e facendo delle tue preghiere qualcosa di più profondo e creativo di una semplice, speranzosa richiesta verbale. Sei divenuto, infatti, Suo fratello di sangue.

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Permacultura & Politica – Victor Orban è cattivo?

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Leggo sul Corriere della Serva di oggi, un giudizio del commediografo Giuseppe Sarcina a proposito del premier ungherese Viktor Orban:

“Asseconda e anzi fomenta le paure, le insicurezze, i pregiudizi sostenendo che bisogna frenare la decadenza sociale prodotta dalle idee liberal, intese nel senso anglosassone di progressiste”.

Purificate dalla retorica pdiota, nelle parole di Sarcina troviamo tradotto ed esposto in maniera gratuita e chiara (ed è per questo che la censura – anche di un demone – è peccato!) il cuore del problema che è necessario superare per approdare alla Società Organica della permacultura organica per il tramite di una forma più integrale di permacultura.

Orban ha perciò correttamente identificato nel pensiero liberal l’elemento ideologicamente distruttivo dell’Occidente, partorito in gran parte dalle università americane, che da qualche secolo prova ad affogare nel nichilismo – cioè nel silenzio dello Spirito – ogni tralcio di civiltà, di umanità, non giustificato da logiche economiche.

Il nichilismo occidentale vuole liberare l'individuo-atomo da tutti i vincoli e da tutte le identità collettive per renderlo "intercambiabile", sradicato da un territorio, da una tradizione territorialmente radicata e perciò, appunto, infine, "libero" (e solo).

Il nichilismo indotto dall’assetto economico occidentale è perciò il modo più efficace quantunque più indiretto e sinistro, di sradicare una religione. Dapprima il cristianesimo in nome del “rispetto per i musulmani”, ma poi – se tale battaglia riuscisse – è facile immaginare, l’islamismo stesso in nome del medesimo identico multiculturalismo pdiota e suicida.

LA BATTAGLIA CONTRO L’UMANITÀ È POLITICA E STORICA E RICHIEDERÀ DECENNI. SE SIAMO SFORTUNATI, SECOLI.

In questo difficile quadro internazionale cosa può fare la permacultura?

La permacultura anarco-naturale, costruirsi casette sugli alberi. La permacultura accademica, fare corsi di permacultura interiore sperando che una somministrazione abbondante di massime zen sospendano almeno per un momento il nichilismo di cui sopra. La permacultura organica pianta almeno un C.E.R.E.L in ogni regione ma quello che tutti dovrebbero fare è non perdere la speranza, pregare, votare il seme di bene e di ragionevolezza che come Victor Orban ha dimostrato, anche dentro una istituzione malvagia continua ad esistere.

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Permacultura & Filosofia: Immobilità e Trasformazione

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A partire dal preciso momento in cui una cosa nasce e comincia ad essere usata, ecco che comincia anche ad essere usurata, per finire nell’immondizia (al cimitero nel caso degli uomini).

I sistemi permaculturali cercano di trasformare questo apparente “blocco” in quel che veramente è: un ciclo.

La legge in natura
è la legge del cerchio!

Solo in un laboratorio di sintesi farmaceutico-industriale, i processi operano in maniera rettilinea (rendendo un preciso output a seguito di un preciso imput).

In un ecovillaggio, invece, si diffida dalle logiche chiuse e autoreferenziali, monodirezionali, e ci si sforza di convertire non solo l’oggetto ma anche la sua funzione a “vocazioni” sempre diverse e creative. In breve, si fa un uso intelligente delle “risorse”. Così gli scarti di cucina si preferisce trasformarli in compost o gas; la cacca in concime o cibo per funghi; le acque grigie in acqua di irrigazione; le erbacce in erbacce della migliore qualità per pascolo o pacciamatura; le foglie cadute sotto gli alberi, in pacciame, e così via.

Se poi pensiamo che il sacro compito della produzione del cibo (agricoltura) è vincolato alla produzione di escrementi1 animali e rifiuti provenienti dal settore appresso, risulta chiaro come sia “tutto connesso”.

La cultura occidentale con la cultura del riciclaggio sembra orientarsi in questa direzione, ma in realtà è talmente imbranata che sbaglia anche quando predica cose ottime e pie: ad esempio, dando per scontata la presenza di una fonte onnipotente di energia (il petrolio, il sole, il vento, le braccia umane, la umile condiscendenza dei popoli etc), propugna il riciclaggio delle bottiglie di vetro mediante raccolta differenziata. Bene! Eppure riciclare in questa maniera una bottiglia di vetro richiede grande energia da parte del centro smaltimento rifiuti per fondere il vetro e ottenere una nuova bottiglia, o forse pensiamo che le bottiglie si riproducano per partenogenesi? E se il petrolio finisse, il pannello fotovoltaico si bruciasse o finisse per costare troppo? Non sarebbe allora meglio ingegnare la società nel riutilizzo della bottiglia, piuttosto che nel suo riciclo?

«Ugo Vallauri vive all’estero dal 2006, ma l’idea di puntare sul riutilizzo gli è arrivata dall’Africa, dove è stato per quattro anni per motivi di lavoro. Lì ha scoperto che gli oggetti hanno una vita infinita rispetto a quello che succede nel nord del mondo. E gli strumenti sono l’inventiva e la necessità di arrangiarsi. «L’ispirazione me l’ha data un tecnico di Nairobi, in Kenya, che ripara telefoni da oltre quarant’anni. Quando gli ho detto che il mio cellulare rotto in Europa lo avrei buttato, non ci voleva credere. A noi costa meno comprarne uno nuovo, ma per loro è un discorso che non ha senso». [Vi è] un consumismo ossessivo in Occidente che però comincia a non essere più sostenibile in un mondo che deve trovare alternative. «Anche la raccolta differenziata – ricorda Vallauri – spesso è un modo per scaricare le responsabilità e farci credere che se buttiamo riciclando non succede niente. Ma si tratta pur sempre di rifiuti che si accumulano e inquinano il nostro ambiente».

by Il Fatto Quotidiano, 2 maggio 2013

Il principio di riutilizzo delle risorse non è mai stato il vanto dell’economia moderna, la quale prospera se un consumo dissennato prospera.

Nell’antica civiltà dell’USA E RIPARA si era abili costruttori; nell’attuale civiltà dell’USA E GETTA si è barbari distruttori; nella nuova civiltà dell’USA E RIUTILIZZA si è sofisticati ingegneri. Ma per arrivare a questo non serve la propaganda gretina, serve verità.

L’Occidente utilizza e riutilizza senza sosta modalità d’azione scorrette, sorte da sentimenti e ragionamenti scorretti, ma il “gioco” in qualche modo funziona! e il gioco del monopoli ha quelle regole e non altre; se cambiasse regole, sarebbe certo un altro gioco e non si chiamerebbe più “monopoli”.

Siamo certi che l’Occidente
abbia deciso di giocare
a un altro gioco?

Un imprenditore agricolo che dà per scontate manodopera e trebbiatrici, assume squadre di schiavi e trattori per mandare avanti la propria fattoria occidentalizzata, quando è ormai assodata l’insostenibilità ecologica di queste pratiche. Bisognerebbe solo informarsi, ma l’imprenditore non può aver voglia di informarsi bene: vede abbondanti flussi di rumeni disperatamente bisognosi di lavoro (soldi) da una parte, e di petrolio dall’altra (seppur a caro prezzo). Perchè cambiare strategia di lavoro, quando logicamente il vecchio lavoro potrebbe con un po’ di fortuna andare avanti all’infinito, o rendere qualche quattrino ancora per un’altra stagione? Così si tira avanti anno dopo anno, per secoli sotto lo sguardo pietoso di angeli e santi che sempre pregano perché la fortuna del buon contadino si rinnovi come la primavera.

La società si è ormai inceppata in taluni meccanismi che poco hanno a che fare con l’efficienza e la scienza, e l’unico ostacolo al cambiamento di paradigma, è soltanto L’ABITUDINE.

Scrive David Holmgren:

«Ricordo una discussione con una compagna di viaggio su un affollato volo di lavoro da Sydney a Melbourne, nel 1990, che illustra bene il concetto: stavo meditando sul bilancio energetico del mio viaggio in aereo da Victoria a Orange, nel North South Wales, per un seminario di due giorni di relatori al primo corso post-laurea di agricoltura sostenibile in Australia. La donna seduta di fianco a me tornava da Sydney, dove si recava ogni giorno per vendere computer a piccole aziende. Questo era il suo lavoro. La donna ammise candidamente che l’apparecchiatura che vendeva non aveva grandi vantaggi rispetto a quella di marche rivali, e che le componenti erano in pratica uguali, perciò – a parte il fatto che questo le permetteva di guadagnarsi da vivere – non valeva proprio la pena di recarsi a Sydney. La sua laurea in matematica aggiungeva spreco allo spreco; quel viaggio rappresentava, quindi, oltre a uno sperpero di risorse naturali, anche uno spreco di risorse umane».

A un primo livello la permacultura si occupa di piante, animali, edifici e infrastrutture, ma a un livello più alto ed astratto la permacultura è l’arte di tessere relazioni UTILI e intelligenti.

Ora, il primo bene che la società occidentale utilizza in modo inappropriato è nientemeno che noi, gli uomini!

La complessità delle relazioni culturali, sociali ed economiche del mondo cui apparteniamo, raggiunge il sommo dell’inconcludenza quando un insegnante universitario finisce per battere scontrini alla cassa di un supermercato. Quando sforna 4 aspiranti cantanti pro-capite, quando instilla a scuola ed in tv culture inorganiche e delocalizzate, e quando pur salmeggiando da mane a sera contro lo spreco, non riesce a mobilitare il capitale storico di un popolo e di una nazione che resta congelato in qualche conto in banca in mano a banchieri senza regole né coscienza, malgrado i produttori reali di quella ricchezza – gli umani che lavorano – sarebbero stati tutti frementi di attivarsi finalmente in qualcosa di bello, buono e renumerativo per tutti. Se solo il potere, gli Stati e le tv avessero proposto loro forme decenti di vita, lavoro, sogno e progetto! Invece della nuova lacca per capelli!

Un mondo disinteressato all’umanità, se produce, cosa produce… veramente?

Certamente non quello cui è vocato.

La maggior parte delle misurazioni standard della produttività del pianeta è inadeguata perché dà importanza a valori, numeri e processi validi solo per poche entità (statuali o private) e una piccola selezione di esse (“City System”).

Noi permacultori abbiamo bisogno di un diverso metro di misura, per orientare la nostra pratica quotidiana. Abbiamo bisogno di una permacultura sociale che sia veramente alternativa, non accordata al drago rosso.

Noi, con la nostra impreparazione accademica ma con tutta la ragione naturale che possediamo in corpo, possiamo solo cominciare col dire che un sistema sociale migliore richiede la gestione più che la scoperta o immissione di nuove strabilianti fonti d’energia.

Noi, continueremmo col dire che un sistema maturo produce merci che sono anche dei beni.

Noi, finiremo col dire che a ciclo energetico concluso, un sistema permaculturale ha conservato tutto il conservabile, utilizzato tutto l’utilizzabile, eppure rispetto all’inizio si ritrova maggiore energia disponibile! Esso in qualche modo ha aggirato la ferrea legge dell’entropia (“tutti i sistemi naturali avanzano gradatamente verso uno stato di maggiore disordine”).

Nel concetto di RIUTILIZZO si nasconde il segreto di questo apparente “miracolo”; svilupparlo compiutamente – per quanto facile lo facciano sembrare le pubblicità progresso – non è semplice, poiché:

...non «il migliore» utilizzo di una risorsa implica un uso efficiente della risorsa, ma il suo miglior adattamento contestuale alle esigenze sempre variabili delle comunità locali, implica un uso efficiente della risorsa.

Andando sul pratico, ingombranti pezzi di legno possono essere rapidamente bruciati e con la cenere possiamo farne un eccellente concime per piante, da conservare in una busta sotto il lavandino. Tuttavia, se ho già qualche sacco di letame nelle stalle o delle mucche in pascolo dal mio vicino, non era meglio trasformarli in qualcos’altro? Così, abbiamo riciclato senz’altro costruttivamente la nostra eccedenza di legno, ma in maniera poco funzionale rispetto al contesto di appartenenza. Ora è inverno e mi accorgo di avere in magazzino più cacca che cibo per le stufe. Patirò il freddo. Tutta l’energia di cui ho bisogno, in verità, l’ho interamente in casa senza pagare 1 euro, ma è immagazzinata in una forma sbagliata (!): buste di cenere.

Lo stesso accade nel mondo (sbagliato).

Nel bosco, nelle piante, nel sole, negli animali, nella terra e nell’umanità abbiamo sempre tutto ciò che giova a noi e al sistema per sussistere ed auto-perpetuarsi nel più comodo dei modi, ma sta a noi e solo a noi vedere le reali potenzialità di ogni cosa ed esaltarle e sfruttarle e trasformarle efficacemente. Per fare questo, alla luce di quanto appena spiegato, non si può però pensare che un capo politico assiso tra le nuvole sopra di noi emani ricette e soluzioni ottime per tutti i mondi: il mondo reale concreto che chiede aiuto lo vedono i nostri occhi, non i suoi!

Se tentassimo di creare case, ecovillaggi e paesaggi utilizzando un punto di vista strettamente “oggettivo”, superiore o “scientifico”, elaboreremmo progetti maldestri e non funzionali, perché tutti i sistemi viventi sono qualcosa di più e di diverso della semplice somma delle loro parti. Sono materializzazioni dello Spirito Loci.

E’ compito di ogni comunità – come una piccola cellula – gestire sapientemente il proprio singolare ambiente circostante, catturando, conservando e utilizzando al meglio-per-come-si-rivela-nel-contesto-locale, i flussi energetici prima che essi degradino in forme di sempre più difficile usabilità per divenire infine indisponibili all’uomo. La natura, da questo punto di vista, è più precisa di un esattore svizzero. Farà pagare caro ogni ritardo, malgrado ogni incolpevole ignoranza.


N O T E

1 Non tutti gli escrementi sono uguali! Quelli provenienti dagli allevamenti intensivi di tipo occidentale, vengono classificati dalla normativa italiana come ‘rifiuti speciali’ in quanto la grande energia richiesta per il loro smaltimento, impedisce a questi di porsi come fondamento di qualsiasi agricultura (“agricoltura naturale”). Quando invece l’escremento è prodotto da allevamenti ottimamente integrati ai cicli ecologici del territorio, ritorna ad essere il principe dei fertilizzanti organici, valido aiuto di un’agricoltura organica. Coltivazioni industriali destinate a servire il mercato vegano, producono anch’esse ‘rifiuti speciali’.

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Teologia cattolica – Concezione deontologica VS teleologica della norma

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Dalla medesima azione possono scaturire più effetti, di cui alcuni positivi, altri negativi. In questo caso, qual’è la posizione morale del soggetto agente e della sua azione? E’ lecita? Se si, in che misura?

La Scolastica provvede allora, come di consueto, a spaccare il capello in 4, osservando che a causa della sua debolezza intrinseca è talvolta impossibile per l’uomo «fare tutto il bene» ed «evitare tutto il male»; in caso di duplici o MOLTEPLICI EFFETTI (buoni e cattivi) la sua attività rimane moralmente lecita se:

  1. L’effetto buono non è ottenuto mediante quello cattivo;
  2. Il soggetto morale intendeva in tutta onestà perseguire solo l’effetto buono e non quello cattivo;
  3. L’azione da cui è scaturito il DUPLICE EFFETTO è in se stessa buona od indifferente e non propriamente cattiva.
  4. Il motivo a monte dell’azione giustifichi e sia sottodimensionato rispetto alla gravità dei mali conseguenti.

Oggi la Chiesa ha superato un tale approccio.

In effetti, per poter definire come intrinsecamente disonesta un’azione, occorrerebbe valutare tutte le circostanze attenunanti o non attenuanti e tutte le finalità agite dalla persona, ma questo è pressocchè impossibile!

L’adesione al modello personalistico della morale rende dunque superfluo l’approccio scolastico/medievale alla morale, aprendo il passaggio da una concezione deontologica della norma, ad una teleogica in cui la norma non viene concepita come un oggetto rigido calabile in ogni contesto umano per “sistemarlo”, ma come una parola che prende senso e giustizia dai fini che la persona intesse in essa.

Una etica molto normativa e poco teleologica è incapace di specchiare le profonde potenzialità inscritte nell’umanità, e non può mai realmente aderire all’estrema varietà di un vissuto personale e sociale in relazione con altri vissuti.

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